Là, dove i “cavalli di mare” ancora galoppano liberi

Lo stagno di Thau è uno degli ultimi luoghi del Mar Mediterraneo dove gli ippocampi camusi abbondano

C’è stato un tempo, non molto lontano, anzi (pur)troppo recente, in cui i cavallucci marini erano così abbondanti nei nostri mari che i turisti meno scrupolosi potevano portarsene con sé un ricordo di viaggio sottoforma di portachiavi o portafortuna. Era quel tempo, tra gli anni 60 e 90, in cui l’impatto dell’uomo sul pianeta, soprattutto nell’Europa del dopoguerra liberata dalle limitazioni e dalla povertà, ha raggiunto il punto massimo. Forse il punto di non ritorno.

In molti, però, ricorderanno i negozietti di souvenir pieni di enormi conchiglie, stelle marine essiccate, coralli rossi modellati nelle più svariate forme e ippocampi di ogni dimensione agganciati ad un anello in acciaio per non perdere la chiave della bicicletta. Era il tempo della Natura fatta oggetto, relegata a soprammobile, sfruttata a piacimento secondo il dettame biblico del «Facciamo l’uomo, a nostra immagine, a nostra somiglianza. Dominerà sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici, su quelli selvatici e su quelli che strisciano al suolo» (Genesi 1:26). E così è stato, sin dall’avvento della civilizzazione. L’uomo, dominando tutti gli altri esseri viventi che – al contrario di quanto fermamente riporta la Bibbia – si sono evoluti in non meno di 3 miliardi di anni (e non tremila), li ha condotti – invece – sul baratro dell’estinzione in meno di una dozzina di secoli.

Oggi, quegli esseri-oggetto d’arredamento sono più abbondanti negli scantinati e in qualche credenza impolverata di quanto lo siano nel Mar Mediterraneo. Vedere nei mari europei, facendo snorkeling ma anche durante un’immersione, un cavalluccio marino libero è più difficile che trovarne qualche esemplare ancora essiccato nel retrobottega di venditori indifferenti alle normative vigenti. Questi meravigliosi animali, l’analogo marino delle ormai rare stelle alpine (anch’esse frutto di prelievo indiscriminato per finire in qualche cornice appesa in cantina), sono quasi del tutto scomparsi lungo le coste italiane. Con un po’ di fortuna se ne avvista ancora qualcuno nei mari sardi, ma da Cagliari in giù, sino al Salento o alla Sicilia, quasi più nulla. Alla pesca indiscriminata e alle catture accidentali, si è associato il crescente inquinamento delle acque, tra rifiuti e scarichi fognari, che rendono impossibile la vita di una creatura così fragile.

In effetti, gli ippocampi sono animali davvero unici: hanno la testa di cavallo e il corpo di drago (motivo che li rende appetibili per la medicina tradizionale cinese affascinata dai “draghi” d’ogni genere e che ne ha causato ulteriore declino anche nei mari d’Oriente), sono pesci ma, invece di scaglie epidermiche hanno una sorta di pelle tesa su placche ossee e, come se non bastasse, sono i maschi che “partoriscono” (ovvero garantiscono la gestazione alle uova deposte dalla femmina e fecondate all’interno di un marsupio speciale).

C’è, poi, un aspetto del loro comportamento che li rende ancor più straordinari e, al tempo stesso, vulnerabili: non scappano dinanzi ai pericoli, si ancorano con le loro code prensili alla vegetazione acquatica e si mimetizzano col fondale. Con molti predatori marini, la strategia funziona. Con il più pericoloso dei predatori terresti, l’uomo, diventa la loro condanna.

Mi rendo conto di quanto questa loro strategia possa averli portati vicini alla scomparsa immergendomi nelle acque, poco distanti da Montpellier in Francia, in un luogo magico (per quanto circondato da inequivocabili segni di sfruttamento umano) che ancora ospita una numerosa popolazione di cavalluccio marino camuso (Hippocampus guttulatus). Mi guida Pascal Cottinet, un grande conoscitore di queste acque e della loro diversità, nonché un sub gentile ed esperto dell’associazione Osez plonger (osezplonger.fr). Da una banchina abbandonata si raggiunge lo stagno di Thau nel Canale di Rhône, una laguna seminaturale creata per l’itticoltura, con acque fresche e relativamente torbide. Sul fondo, molte carcasse di piccole barche in legno affondate che, paradossalmente, creano quell’eterogeneità di habitat che aumenta la biodiversità di queste acque. In molti punti la visibilità non supera i tre metri, essendo il fondo sabbioso. Ma sono le piante acquatiche del genere Zostera a fornire l’ambiente ideale alla vita di questi pesci, insieme ad anemoni, spirografi e nudibranchi. Avvinghiati con le loro code per resistere alle correnti, restano in attesa di alghe e gamberetti per alimentarsi con i loro musi lunghi (camusi, appunto).

Restano fermi, anche quando vengono avvicinati dalle nostre sagome minacciose. Al contrario degli altri pesci, impossibili da toccare pur allungando la mano, loro si avvolgono con le code persino alle dita e sperano di passare inosservati con le loro creste e frastagliature mimetiche. Purtroppo, questo approccio etologico non funziona né con le reti da pesca (che intrappolano tutte le specie che fuggono, figuriamoci quelle che restano immobili) né con i cercatori di souvenir (che li afferrano e portano fuori dal loro regno acquatico condannandoli nelle vetrine dei negozi).

Così, mentre li osservo e qualcuno danza avvinghiato alle mie dita, l’emozione è indescrivibile, eppure quella delicatezza, quella sorta d’incoscienza del pericolo, mi rattrista perché mi porta a credere che una specie dalla purezza così ingenua non può sopravvivere in un mondo “dominato dagli uomini” come ordinato nella Genesi. Proprio per questo, lo stagno di Thau è uno scrigno raro che custodisce quello che, nella mitologia, è l’animale che traina il carro di Poseidone, il dio del mare. Come può dunque scomparire? Chi trainerà quel carro quando anche queste lagune non avranno più le condizioni idonee (basti pensare al riscaldamento dei mari o all’aumento delle microplastiche) per ospitarle? E il dio Poseidone come potrà continuare a ben amministrare l’immenso abisso blu senza il suo fedele destriero a condurlo?

Non si conosce molto di questa specie, nemmeno quanto siano abbondanti le loro popolazioni. Secondo la classificazione dell’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN), che redige le Liste Rosse delle Specie, l’ippocampo camuso è ancora “carente di dati”. Ovvero, in pochi lo studiano e, quindi, pochissimi sono i dati a disposizione. D’altra parte, il sospetto è che siano ormai così pochi che la mancanza di dati sia dovuta piuttosto al fatto che non è poi così facile osservarli, tantopiù contarli.

In anatomia, abbiamo denominato una sezione del cervello connessa alla memoria, “ippocampo”. Forse, avevamo già previsto che queste specie mitologiche e straordinarie sarebbero rimaste solo un ricordo. Forse, qualcosa è ancora possibile fare per garantire una, seppur minima, speranza di sopravvivenza a queste creature. Cominciando ad osservarle, amarle e proteggerle in luoghi insospettabili come lo stagno di Thau per aumentarne la protezione in altre aree del Mediterraneo. Siamo disposti a fare un passo indietro e cedere un po’ di mare (e di terra) anche alle altre specie, rinunciando a un ruolo da dominatori sulla vita di cui, in realtà, nessuno ci ha mai insignito?

Testo e foto di

Roberto Cazzolla Gatti

Professore associato di Biologia della Conservazione

Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Leggilo in pdf sulla rivista InNatura di Giugno 2022

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