La Comunicazione in Natura e le nuove scoperte

La comunicazione è la base della socialità. L’etologia e la sociologia tentano di riconoscere modelli strutturali e comportamentali comuni tra individui appartenenti alla stessa specie o a specie differenti, per individuare quali sistemi di relazione mediati da segnali fisico-chimici utilizzano gli esseri viventi. Nell’uomo la comunicazione orale ha preso il sopravvento sulle altre forme presenti in natura, grazie alla liberazione del sistema vocale per mezzo di una serie di adattamenti evolutivi, tra i quali il principale è stato l’assunzione della postura eretta e la possibilità di utilizzo delle zampe anteriori per afferrare oggetti.

 

Le mani umane svolgono un ruolo fondamentale nel processo comunicativo poiché permettono l’espressione di concetti astratti mediante l’associazione tra la corteccia cerebrale ed il sistema muscolo-sensoriale. Recenti ricerche hanno dimostrato che la frequente gestualità di cui è caratterizzata la conversazione tra uomini è un retaggio delle prime forme comunicative che si basavano essenzialmente su un linguaggio di tipo gestuale. Con la liberazione della gestualità manuale i versi, i richiami ed i suoni non strutturati hanno assunto una maggior complessità sino a diventare quella forma di discorso astratto che distingue la comunicazione umana da quella delle altre specie animali. Probabilmente, proprio la gestualità e la formulazione di pensieri astratti accompagnati dalla comunicazione orale organizzata hanno permesso quel salto evolutivo che ha portato l’essere umano a possedere uno strumento fondamentale per la sua evoluzione.

 

Come fanno gli animali…

 

Non bisogna, però, cadere nell’antropocentrismo e ritenere l’uomo l’unico in possesso di un sistema comunicativo complesso. Gli sviluppi recenti dell’etologia hanno permesso di comprendere sempre più i sofisticati modelli di trasmissione delle informazioni degli animali e tra questi, certamente, quelli delle specie sociali che possono vantare i sistemi più avanzati. Basti pensare alle strategie di comunicazione della posizione geografica degli oggetti d’interesse (fiori, pericoli, alveari, etc.) adottate dalle api, che mediante armoniose danze a forma di 8 o a zig-zag segnalano al resto del gruppo precise coordinate. O quello delle formiche che ad ogni incontro su file lineari strettamente seguite grazie al rilascio di marcatori chimici odorosi lungo le vie di alimentazione e di ritorno al nido, scambiano messaggi per mezzo delle antenne toccandosi ripetutamente in un rituale che apparentemente fisso, si è rivelato essere estremamente variabile e adattabile secondo le esigenze.

 

I mammiferi e gli uccelli possiedono alcuni dei meccanismi comunicativi, come li definisce l’etologo Desmond Morris, «senza parole» che vanno dai richiami vocali alle tracce olfattive, dai segnali visivi alle colorazioni mimetiche, dalle tracce in ultravioletto, alla percezione dell’infrarosso all’utilizzo degli ultrasuoni. Tutti questi avanzatissimi sistemi di captazione e scambio delle informazioni ci fanno comprendere quanto sia sofisticato il mondo della comunicazione animale.

Ma se per arrivare a tale constatazione ci sono voluti oltre 100 anni di studi etologici, ancora in fase embrionale d’altronde, per individuare i mezzi comunicativi delle piante e dei vegetali in genere bisognerà attendere ancora molti decenni.

Sino ad ora, soltanto alcuni semplici meccanismi sono stati messi in luce dalle ricerche, spesso schernite con ironia poco scientifica, di fisiologi vegetali e ricercatori intenti a dimostrare che anche le piante si scambiano informazioni.

 

…e le piante

 

La certezza che questo avvenga ci è sempre stata nota, pur non avendone sino ad oggi avuto consapevolezza. Nei campi agricoli è facile notare la trasmissione di messaggi chimici aerei tra piante infestate dai parassiti che comunicano ai propri consimili la minaccia, preavvisandoli affinché si attrezzino ispessendo, ad esempio, le cuticole fogliari o secernendo sostanze insettifughe.

 

Molte crucifere adottano simili strategie nei confronti dei propri simili, quando vengono attaccate da lumache o afidi. In alcuni casi, il processo è così sviluppato che l’attacco di un parassita induce la piante a produrre sostanze odorose simili ai feromoni degli insetti che si cibano dei parassiti. In questo ingegnoso modo le piante si liberano dell’invasore e gli insetti si alimentano richiamati da queste. Il mondo vegetale, sembra nascondere infinite sorprese nel settore della comunicazione. Solo da qualche anno si stanno sviluppando settori di ricerca che analizzano la complessità dei sistemi comunicativi dei vegetali.

Non credo di cadere in errore, anche se a molti potrebbe apparire un’eresia (ma ricordo che anche ai tempi di Cartesio considerare gli animali come esseri viventi e senzienti sembrava una bestemmia), nel dire che sono convinto della capacità delle piante di comunicare messaggi complessi che vanno al di là delle semplici informazioni di difesa, attraverso il sistema radicale. Il suolo è formato da una intricata rete di peli radicali e radici principali che intessono relazioni con le piante vicine, inviano segnali chimici (ricordo che anche il cervello utilizza molecole chimiche) e trasmettono informazioni.

 

Alcuni recenti esperimenti condotti personalmente mi forniscono la quasi certezza che la complessa struttura radicale sia il principale sistema comunicativo delle piante. Ho testato, in zolle di terreno contenenti le radici strettamente interconnesse di piante appartenenti a specie differenti, la trasmissione elettrolitica e la variazione di potenziale misurato su differenti peli radicali due o più individui. Segnali come il calore di una fiamma, la rottura meccanica o un’infezione producono variazioni fisco-chimiche nei tessuti vegetali che si trasmettono attraverso l’impianto radicale ad altri individui in maniera sia intraspecifica che interspecifica. Pur non potendo, ancora, paragonare il sistema di comunicazione vegetale a quello animale poiché non si è trovato un sistema nervoso organizzato nei tessuti delle piante, sono convinto che queste possiedano un complesso di cellule organizzate paragonabili a neuroni che può essere associato per analogia al cervello degli animali e che, ritengo, possa risiedere nella radice. Esattamente in quella parte di cellule centrali al di sopra della cuffia radicale che restano totipotenti per tutta l’esistenza del vegetale.

Il fatto che si continuino a ricercare cellule simili ai neuroni animali in organismi molto differenti da quest’ultimi e che il non averli ancora trovati ci permette di affermare che le piante non possiedono sistema nervoso, è come escludere l’esistenza di vita sugli altri pianeti solo perché non si rivelano tracce di acqua e ossigeno.

 

La presunzione che i sistemi differenti da quanto ci è più o meno noto (animali e pianeta terra, rispettivamente) funzionino nello stesso modo, ci allontanano dalla scoperta di modelli di comunicazione e di vita che seguono leggi ed utilizzano strutture differenti, come le piante ed i pianeti extrasolari.

Quando, forse, abbandoneremo quelli che definirei pregiudizi scientifici, probabilmente apriremo le porte alla terza (la scoperta del sistema nervoso delle piante) e quarta (la scoperta di vita extraterrestre) rivoluzione culturale umana, dopo l’eliocentrismo di Galileo e l’evoluzionismo di Darwin. Credo che queste altre due rivoluzioni ci farebbero abbandonare definitivamente l’arroganza divina di cui da secoli ci circondiamo.

 

Gli esperimenti

 

Al momento, però, possiamo con certezza considerare soltanto i sistemi comunicativi del mondo animale e vegetale che possono essere dimostrati con esperimenti ripetibili. Tre di questi ci portano a considerare sotto nuova luce alcuni modelli etologici sino ad oggi poco considerati.

Il primo riguarda la versione selvatica della nostra mimosa coltivata, che vive in Africa ed appartiene alla specie Mimosa pudica. È noto da tempo che il contatto da parte di un qualunque oggetto, pioggia o insetto provoca in questa pianta una reazione di chiusura delle foglie e l’epinastia.

Quello che, invece, è stato recentemente dimostrato e che ho potuto constatare di persona è il comportamento comunicativo da parte di mimose vicine nel momento in cui si prolunga il contatto con le foglie. Utilizzando un pennello per sensibilizzare la pianta, ho prima sfiorato le foglie di due individui distanti qualche centimetro l’uno dall’altro, constatando l’effettiva reazione di chiusura della pagina delle foglioline opposte in maniera serrata. Dopo il contatto ripetuto con le foglie di una sola delle due piante, però, ho osservato un affascinante comportamento. La pianta ripetutamente sfiorata dal pennello non mostrava più il comportamento di chiusura delle foglie. Comportamento che nella descrizione del sistema nervoso animale viene definito assuefazione.

Quello che appare più incredibile è che la seconda mimosa, ad essa adiacente, toccata dopo la reazione di assuefazione della sua vicina, non mostrava alcuna reazione. Tale comportamento può essere spiegato solamente con la comunicazione chimica aerea o radicale della prima pianta verso la seconda, l’invio di un messaggio riassicuratore sull’innocuità del contatto e, quindi, sulla non necessità di chiusura delle foglie.

Tale osservazione ci porta a riconsiderare il comportamento di chiusura fogliare una semplice reazione meccanica e ad interpretare l’azione come un atto intenzionale. Questo, però, è solo un altro passo verso la comprensione della comunicazione vegetale.

 

Tornando al regno animale, un osservazione di lungo termine effettuata in un centro di recupero per la fauna tropicale in Indonesia, ci sarà d’aiuto per la comprensione di quest’ultima affermazione. Ho avuto la fortuna di studiare il comportamento di una coppia di oranghi, maschio e femmina, per lungo tempo all’interno di un ambiente controllato. La mia presenza, inizialmente, incuriosiva e, spesso, innervosiva il maschio che ripetutamente alternava il gioco del lancio di frutta dalle sbarre della gabbia in attesa che gli venissero ritirate, a sputi nel tentativo di allontanarmi. Quando le osservazioni si prolungavano per più di 2-3 ore, l’orango maschio tendeva a calmarsi salvo poi avere scatti di aggressività nei confronti degli oggetti presenti nella sua recinzione.

Un episodio mi sembra significativo nell’ambito dell’approfondimento dei sistemi comunicativi dei primati.

Durante uno degli scatti di ira, il maschio se l’è presa con il palo centrale della gabbia munito di copertoni e pezzi di corde per l’arrampicata. Al suo ennesimo tentativo di staccare con la forza un pezzo di corda fissato con un chiodo al palo, la femmina, resasi conto dell’incremento di aggressività del maschio, ha mostrato un particolare comportamento finalizzato a tranquillizzare il suo compagno. Arrampicatasi sul palo al di sopra del maschio ha posizionato i suoi organi genitali proprio dinanzi al capo di questo che, improvvisamente, dopo averla ripetutamente annusata, ha abbandonato l’attività aggressiva che stava mostrando e si è seduto quasi fosse stato narcotizzato. Un simile comportamento lo si potrebbe interpretare come un meccanismo comunicativo da parte della femmina che, accortasi dell’aumento dell’ira del suo compagno, ha usato quella che chiameremmo l’arma della seduzione ed inviando un segnale sessuale olfattivo al compagno, l’ha indotto a demordere dalla sua azione distruttiva. Se un simile comportamento venisse dimostrato anche negli oranghi in natura aprirebbe le strade all’associazione di situazioni simili già osservate nei bonobo anche ad un’altra scimmia antropomorfa.

 

Come ulteriore, interessante, esempio di comunicazione animale c’è quello manifestato da un gruppo formato da 4 cani in ambiente controllato al quale ho sottoposto il classico test dello specchio, pur essendo stato già realizzato senza successo da altri sperimentatori. Come in passato, infatti, i quattro osservavano per qualche minuto un po’ preoccupati ed un po’ incuriositi lo specchio con la propria immagine riflessa per poi disinteressarsi completamente. Da questo si è dedotto che la comunicazione con se stessi, quella che definiamo consapevolezza di sé o autocoscienza, non è sviluppata nei cani. Tale conclusione, però, parte ancora da un presupposto antropocentrico e cioè quello che prevede modelli comportamentali e di comunicazione aderenti a quelli umani. Chi ci assicura che il cane veda esattamente un altro cane nello specchio e non un’immagine sfocata, in bianco e nero e piatta, come probabilmente avviene? E chi ci dà la certezza che, pur riuscendo ad intravedere un altro cane, il suo interesse in quell’immagine non scemi a causa del non riconoscimento di sé, ma per la mancanza di altri elementi fondamentali nella comunicazione di questa specie, come ad esempio l’odore?

È ben noto, infatti che non è tanto la vista l’organo principale utilizzato dai cani per l’identificazione degli altri, quanto l’acuto olfatto. E quindi è, probabile, che anche nel riconoscimento di sé stessi questi animali utilizzino altri sistemi sensoriali. Partendo da questa considerazione, ho realizzato un test alternativo per valutare quest’ipotesi.

Imbevendo batuffoli di ovatta delle escrezioni genitali dei 4 cani (1 maschio e 3 femmine) e posizionandoli in barattoli in vetro dotati di etichette identificative riportanti il nome di ciascuno, ho sottoposto gli animali all’esperimento. I barattoli sono stati posizionati al suolo in linea retta ad una distanza di 1,5 m l’uno dall’altro e sono stati contemporaneamente aperti. Successivamente ho lasciato che i quattro si avvicinassero ad annusarli. Ho osservato che, nonostante il totale disinteresse della femmina più giovane, gli altri 3 annusavano ripetutamente ciascun barattolo e si soffermavano un tempo maggiore (superiore ai 10 secondi in media) ad annusare il barattolo contenente il proprio odore, rispetto ai 3 secondi dedicati a quelli con l’odore degli altri.

 

Ovviamente, simili osservazioni limitate ad una singola sperimentazione non possono valere da dimostrazione e molte altre motivazioni potranno essere addotte. Però quello che emerge è che i cani piuttosto che dalla vista sono attratti dall’odore di sé stessi e questo potrebbe essere un segnale della loro capacità di riconoscersi e quindi, la dimostrazione della coscienza di sé. Ulteriori approfondimenti saranno comunque necessari per confermare queste preliminari osservazioni.

Ad ogni modo, da questi due esempi forniti si comprende quanto ancora vi sia di ignoto nello studio della comunicazione vegetale ed animale e quante sensazionali scoperte ci aspettano.

Certamente, capire quali sistemi utilizza la Natura per comunicare ci farà sentire un po’ più vicini all’insieme delle straordinarie forme viventi dalle quali, con la nostra presunzione, ci siamo allontanati. Constatare che la vita è un profondo e continuo interscambio ci renderà quell’antica consapevolezza, persa nei secoli, di appartenere ad un armonioso complesso di relazioni che spesso, semplicisticamente, definiamo Vita.

Pubblicato su Villaggio Globale di Febbraio 2011 http://www.vglobale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12859%3Ala-comunicazione-in-natura-e-le-nuove-scoperte&catid=1096%3Aloro-ci-parlano&lang=it