È ora che l’ecologia torni al centro delle politiche italiane

Mentre in Europa i Verdi sono già al governo, in Italia è il momento di tornare a votarli

Tra Sgarbi che propone di spostare l’ingresso a scuola alle 10 per accattivarsi il favore dei “giovani Fridays for Future” (ma non ha ancora capito che in Italia si vota dopo i 18 anni e non di venerdì?), Berlusconi che suggerisce di piantare un miliardo di alberi (dove? Nella sua mega-villa in Sardegna al posto della vegetazione naturale o nel giardino del centro anziani dove ha fatto i servizi sociali?) e Letta che lo incalza (“4 milioni!”, ma forse si confonde con la pensione dei deputati), la Meloni che sostiene Trump quando dice che con i cambiamenti climatici ci saranno più ville sul mare (e decine di fulmini sulle loro teste no?), la Raggi che va a spasso a cercare sistemi alternativi ai termovalorizzatori proposti dal PD (e ne trova di peggiori) dopo che Pizzarotti (primo sindaco eletto col M5S) ha regalato a Parma un fantastico (ebbene sì) inceneritore, Rizzo che brinda per la morte di Gorbachev (perché non ha ancora capito che essere comunista non vuol dire inneggiare ai soprusi umani dell’URSS e alla Russia ri-unita e guerrafondaia di Putin, ma “credere di poter essere vivo e felice, solo se lo sono anche gli altri” cit. GG) e Salvini che balla in controversi megaconcerti in spiaggia (perché quest’anno non l’hanno voluto nemmeno al Papete, forse memori della figuraccia in Polonia), questa campagna elettorale 2022 si è trasformata in uno scempio dell’intelletto umano, più del solito.

E la colpa non è solo dei candidati, ma anche degli elettori che, evidentemente, troppo lobotomizzati per poter prestare attenzione a frasi sensate, sono stati assaliti da manifesti bisillabici, della serie “Pronti”, “Scegli”, “Credo”, etc., più adatti a una società che si accontenta dei titoli di Twitter (credendo di saper leggere), scrive post su Facebook (credendo di saper scrivere) e fa foto su Instagram (credendo di saper fotografare). La cultura dell’attimo fuggente, insomma. Ma non il Carpe Diem del Capitano Williams persosi tra i versi poetici di Whitman. No, quello moderno è un insulso istante (instant, appunto, in inglese) in cui cinguetti qualche assurdità (tweet, appunto, in inglese) con l’obiettivo di far notare la tua faccia millantando di aver scritto un libro (face-book, appunto, in inglese). Ma considerato che, oramai, non c’è più confine tra la faccia e il deretano, ci aggiungi anche un balletto di spalle con movenze da imbecille (facendo un twerk, che viene dalla fusione di twist e work, ovvero balli su internet illudendoti che sia un lavoro vero) su TikTok (che viene proprio da tik e tok, ovvero lo scandire del tempo che perdi dietro simili banalità) ed ecco che la giornata è bella piena.

Vuoi ora che, con tutti questi impegni quotidiani, qualcuno abbia il tempo di leggere i programmi elettorali, ascoltare tediosi dibattiti sul futuro del paese, partecipare alle decisioni sul proprio futuro? Dunque, ben vengano gli slogan per affetti da ADHD (Attention deficit hyperactivity disorder – così, senza tradurlo in italiano – tanto basta cercarlo sul dizionario se non si conosce l’inglese, visto che non ci dispiace essere trendy sui social dai baby boomers, passando per i millenials, alle generations X and Z e poi ci lamentiamo che nessuno sappia più scrivere, senza orrori grammaticali, un semplice messaggio nella propria lingua madre su WhatsApp [“L’hai fatto A POSTA?”, “APPARTE tutto”, “Cosa preferite? Mangiamo PIUTTOSTO CHE beviamo qualcosa stasera?”], poi tanto è sempre colpa del T9). Se, però, qualcuno avesse il coraggio di approfondire, osasse andare oltre lo starnazzo, il volto e l’apparenza, si renderebbe conto di quanto siano vacui, effimeri e piuttosto insulsi la maggior parte dei proclami elettorali e dei progetti di breve termine dei partiti (perché si ragiona in termini di mandato politico – 3 o 5 anni al massimo – e non di futuro del paese sul medio e lungo termine).

Fa, pertanto, davvero specie che, in un momento storico tra crisi ambientali, energetiche, belliche, economiche e sociali, in Italia non vi sia un sostegno di massa al partito ecologista. Ora che la parola sostenibilità, che ha perso di qualunque significato dopo esser stata pronunciata a sbafo persino dalle compagnie petrolifere che da anni intossicano il pianeta e ora sono Pleni (di colpe più che di verde!), è sulla bocca di tutti i politici italiani, al pari di green deal (ovvero sussidi perversi) su quelle dei parlamentari europei e green economy (leggi business as usual) sulle labbra dei senatori americani (mentre il vocabolo green – зеленый – al Cremlino è l’ossimoro di atom e dietro la Grande Muraglia – 綠色 -sinonimo di tech), servirebbe un segnale concreto che mostrasse al mondo che gli italiani davvero pensano che risolvendo i problemi ecologici ci possano essere benefici economici e sociali per tutti. Non basta riempirsi le guance di proclami è arrivato il momento di eleggere partiti e persone che al primo posto pongono la salute del pianeta e delle persone!

Se alle ultime elezioni europee i Verdi sono stati il secondo partito più votato in Germania e il terzo in Francia, in Germania governano in 11 land su 16 e, in alcuni, superano addirittura la soglia del 31 per cento (molto più di quanto “io sono Giorgia” spera di poter ottenere a queste elezioni), in Francia sono il terzo partito del paese, in Austria alle elezioni nazionali del 2019 sono riusciti ad ottenere quasi 10 punti in più del 2017 ed essere la seconda forza di governo, in Svizzera il partito dei Verdi è salito al 13,3 % dei voti (+6,1 rispetto al 2015) accaparrandosi 17 seggi in Parlamento insieme ad un altro partito di destra (udite udite!) “verde”, quello dei liberali che hanno ottenuto il 7,8% delle preferenze, l’Irlanda ha addirittura un premier eletto con il Green Party, che in Finlandia fanno parte della coalizione di governo e hanno un peso politico notevole nella maggior parte degli altri paesi europei, in Italia dalle prime apparizioni elettorali nel 1987 non sfondano la soglia del 3% e dalle politiche del 2008 non hanno alcun seggio in Parlamento.

Insomma, quella che sembra essere un’onda verde in Europa è solo un “bla bla bla” in Italia. E non si può certo dare la colpa di questi risultati ai precedenti o all’attuale leader – spesso persone dall’animo nobile e dalle idee rivoluzionarie (basti ricordare Alexander Langer che già ai suoi tempi diceva “Molti dei nostri comportamenti non sono eticamente accettabili perché non sono moltiplicabili per cinque miliardi”) che, per quanto un po’ ingrigiti e depressi da infinite lotte contro i mulini a vento multinazionali (sebbene, bisognerà ammetterlo per onestà intellettuale, abbiano raramente avuto un appeal da statista), se fossero oggi al governo, qualcosa potrebbe davvero cambiare. D’altronde, è cosa nota che nel Belpaese predichiamo male e razzoliamo peggio. Negli ultimi anni, siamo stati capaci di far fuori, con accuse ridicole (in realtà, per fermalo prima che mettesse in pratica la proposta di eliminare dalla bolletta elettrica i sussidi agli inceneritori mascherati da fonti rinnovabili – che permangono tuttora!), l’ultimo Ministro dell’Ambiente dei Verdi nel 2008 (ultimo anno dei Verdi al Parlamento italiano), il Corpo Forestale dello Stato nel 2016 (troppo scomodo come potere esecutivo in un Paese dove la tutela dell’ambiente non è prioritaria), prematuramente rispetto al termine del suo mandato il Ministro dell’Ambiente nonché Generale dei Carabinieri Forestali nel 2021 e, infine, il Ministero dell’Ambiente (in toto!) nel 2022 (sostituito da quell’entità ectoplasmatica, non meglio definita, che è il Ministero della Transizione Ecologica). Se l’Italia non facesse parte della “democratica Europa” si potrebbe quasi pensare che sia stato messo in atto un lungo e premeditato colpo di stato nei confronti delle politiche ecologiche nazionali. Si è fatto di tutto per annichilire un corpo, un movimento e un partito che oggi, vista la situazione nazionale e globale, se fossero stati nelle stanze dei bottoni, avrebbero evitato di premere tutti quelli sbagliati come hanno fatto altri. E invece, rieccoci a parlare di carbone, gas e nucleare per riscaldarci d’inverno, divorati dalle zanzare asiatiche in estate, fulminati dal clima impazzito in autunno, liberati dai rifiuti derivanti da una pessima gestione della differenziata con inceneritori in primavera e del tutto indifferenti (o ignari,  solo perché su TikTok non se ne parla mai) all’enorme crisi della sovrappopolazione umana e alla perdita di biodiversità, che dovrebbero essere i problemi ecologici prioritari (anche perché si ripercuotono su di noi in prima persona, vedi zoonosi e pandemie).

Discorsi che, in paesi dove i partiti ecologisti sono al governo, non vengono sillabati sui social, annacquati in TV e ridicolizzati sui giornali, ma vengono affrontati con competenza, partecipazione, lungimiranza. Tutte caratteristiche che l’Italia ha, evidentemente, dimenticato di possedere.

Forse è la volta buona di dimostrare che anche nel Pasta Country le politiche ecologiche contano più delle parole vuote di molti candidati che puntano solo alla pancia del paese e che un voto ai movimenti ecologisti non è un voto sprecato, ma una speranza in più per i giovani che di inceneritori e impianti nucleari “di nuova generazione” non saprebbero cosa farsene in un mondo “di vecchia generazione”.

Roberto Cazzolla Gatti

Biologo ambientale ed evolutivo

Professore Associato di Conservazione Biologica

Università di Bologna

Pubblicato sul n. 99 Settembre 2022 di Villaggio Globale – Trimestrale di Ecologia

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