L’olio di palma sostenibile non esiste!

logoOliodipalma1Dichiarare che possa esistere un olio di palma sostenibile, come sta facendo in queste settimane la neonata Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, è come asserire che possa esserci una produzione di energia da carbone che non sia inquinante. Infatti, con “olio di palma sostenibile” s’intende un olio prodotto senza tagliare le foreste, che ha origini conosciute e quindi illusoriamente tracciabili. Ciò che, in realtà, accade – anche nel caso della produzione cosiddetta “sostenibile” – è che le foreste primarie vengono tagliate e bruciate, per essere convertite in piantagioni da olio esattamente come quelle non certificate, solo che questo avviene dopo che è trascorso qualche anno dalla deforestazione illegale. Poiché nella maggior parte dei Paesi in cui si producono gli oli tropicali non esistono leggi che obblighino le autorità a redigere registri e a realizzare mappature aggiornate dei cambiamenti di uso del suolo, che possano essere utilizzati per sanzionare i tagli illegali ed evitare che un territorio inizialmente coperto da foresta possa esser trasformato in un’area agricola, è praticamente impossibile sapere se, dove ora cresce una piantagione di palma “certificata sostenibile”, solo fino a qualche anno fa non ci fosse una rigogliosa foresta.

Poiché la maggior parte dei tagli e incendi passano inosservati (considerata anche l’elevata frequenza e intensità) e considerato che, spesso, gli stessi governi favoreggiano la deforestazione, con questi sistemi di certificazione non si fa altro che dichiarare “sostenibili” piantagioni che solo fino a qualche prima sarebbero state definite illegali e insostenibili, perché ricavate a spese della foresta tropicale.

L’astuto escamotage della certificazione è che si fa passare per “olio di palma sostenibile” un prodotto che non risulta proveniente dalla conversione in piantagioni di aree sottoposte a incendi volontari o tagli solo perché gli incendi e il taglio sono avvenuti qualche anno prima della richiesta di certificazione da parte delle aziende.

Questo è il messaggio che si sta cercando di far passare con uno spot pubblicitario in onda sulle reti nazionali, al quale si è risposto con un contro-video che racconta cosa si cela davvero dietro quella pubblicità:

Per comprendere meglio come funziona l’escamotage s’immagini, ad esempio, che un’azienda tre anni fa abbia deciso di tagliare, più o meno legalmente (in base alle concessioni forestali del paese d’appartenenza) e per ragioni di tipo diverso (commercio di polpa e legno, vendita di legname pregiato, etc.), un’area di foresta tropicale, oppure che uno dei tanti incendi (spesso dolosi), appiccati nelle aree limitrofe alle foreste o alle torbiere, si sia sviluppato all’interno di una di queste ultime e ne abbia bruciato qualche ettaro. Immaginiamo poi che, a distanza di un anno (ovvero due anni fa), la combustione o il taglio siano terminati. Ciò che nella maggior parte dei casi avviene è che, oggi (ipoteticamente a tre anni di distanza dalla rimozione della foresta tropicale che non è stata mappata e registrata da alcuna autorità locale), la zona entrerebbe a far parte delle aree “interessanti” per le multinazionali degli oli tropicali. Queste, infatti avvierebbero dapprima una coltivazione tradizionale di palma da olio (di quelle “non certificate”) e a distanza di qualche anno richiederebbero la certificazione a enti come l’RSPO o il POIG. Questi organi di auto-certificazione, per forza di cose (e per il fatto stesso che sono composti anche dalle stesse aziende produttrici), prima di assegnare l’attestato di “sostenibilità”, dovrebbero accertare che la piantagione in questione sia stata realizzata su un’area agricola non forestale e venga condotta nel rispetto degli 8 principi sociali e ambientali identificati, ma ciò che potrebbero effettivamente constatare è solo l’applicazione degli 8 principi, perché non avrebbero modo di sapere cosa ci fosse al posto di quella piantagione certificata qualche anno prima. E, come nel caso del nostro esempio, qualche anno prima della certificazione al posto della piantagione c’è quasi sempre una foresta tropicale.

A questo si aggiunge che la crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo di molte economie emergenti (come Cina e India) e il conseguente aumento della domanda portano necessariamente a dover incrementare anche l’offerta del prodotto, ovvero la produzione di un maggior quantitativo di oli tropicali. Un’offerta che, lapalissianamente, nemmeno la produzione di olio di palma cosiddetto “sostenibile” potrebbe assicurare, perché non è possibile aumentare ulteriormente la resa delle piantagioni ad oggi esistenti ed è necessario deforestare altre aree per ricavare suoli agricoli.

Così, semplicemente, accadrà quanto già illustrato sopra, ovvero che tra qualche decennio quelle che oggi sono zone ricoperte da foresta tropicale saranno bruciate e deforestate per lasciar spazio alle piantagioni, che in breve tempo potrebbero essere persino certificate come “sostenibili”, tranquillizzando così l’opinione pubblica di un crescente numero di consumatori del futuro non molto lontano. Produrre olio di palma per 6 miliardi di abitanti in maniera sostenibile è pura utopia, immaginare di produrlo per 9 miliardi è una follia.

Coloro che difendono l’utopia tramutata in follia asserendo che bisogna permettere a questi paesi produttori di svilupparsi come ha fatto l’Occidente (ad esempio tagliando i boschi per piantare olivi) sono ignoranti o in malafede. Perché è come sostenere che bisogna permettere ai Paesi in via di sviluppo di bruciare carbone per sostenere le proprie economie in crescita. E come la mettiamo con le emissioni di gas serra? Perché per difendere il clima si cerca da tempo e con forza un accordo vincolante per favorire l’impiego di combustibili non-fossili e rinnovabili anche da parte dei Paesi emergenti (con sostegni allo sviluppo sostenibile), ma quando si tratta di commercio degli oli tropicali si tira in ballo il “diritto allo sviluppo così come abbiam fatto noi” e si nasconde il “business as usual” dietro le certificazioni? Se si permetterà ai Paesi produttori di oli tropicali di assecondare una domanda crescente, di nascondersi dietro una millantata sostenibilità e di sviluppare le proprie economie sul modello distruttivo dell’ambiente adottato in passato in Europa finiremmo per perdere tutti.

Il prof. Carlo Alberto Pratesi in un’intervista sul sito dell’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile ha dichiarato che “la via giusta non è il boicottaggio”. Ho risposto a queste dichiarazioni sostenendo, invece, che “il boicottaggio è la soluzione” con una contro-intervista sul sito Olio di Palma Insostenibile, un  portale nato per contrastare l’incalzante lavaggio del cervello (o greenwashing) operato da coloro che tentano in tutti i modi di ripulire la sporchissima immagine dell’olio di palma.

Infine, non bisogna dimenticare che nonostante le idiosincrasie che ruotano intorno al sistema di certificazioni, un altro fondamentale elemento gioca a sfavore della produzione degli oli tropicali ed è quello della fertilità del suolo. È ben noto, infatti, da numerosi studi di ecologia e pedo-geologia tropicale, quanto il suolo delle foreste pluviali sia molto povero in microelementi, minerali e sostanze organiche. La biomassa vivente stocca, infatti, oltre il 99% della materia organica sopra il suolo e i terreni privati della foresta sono altamente improduttivi. Le piogge frequenti lisciviano le sostanze nutritive e il sole diretto facilita le reazioni chimiche di decomposizione degli acidi umici e fulvici. Il risultato è che l’agricoltura nei tropici ha un ciclo di vita che non supera quasi mai i 20 anni. Ciò significa che dopo circa 15-17 anni una piantagione, ricavata su quello che era un suolo forestale, è considerata matura, ovvero destinata all’abbandono. Dal momento della deforestazione, e per tutti gli anni in cui la coltivazione viene condotta (15 in media), è necessario arricchire il suolo con massicce dosi di fertilizzanti chimici e proteggere le colture dai molteplici parassiti che proliferano nella fascia equatoriale con ingenti dosi di pesticidi (come il paraquat, abbondantemente impiegato sulle palme da olio, ma vietato in Europa perché pericoloso per la salute). Il risultato è che la coltivazione, certificata o meno che sia, dopo massimo un ventennio deve essere abbandonata e trasferita altrove. Quell’altrove è una nuova foresta che scompare, persino dagli occhi dei certificatori, che dopo qualche anno potrebbero concedere un nuovo attestato di “sostenibilità” a quella produzione.

BOICOTTAGGIO

Tutto questo dimostra che parlare di “olio di palma sostenibile” è solo un bieco tentativo di illudere i consumatori e rabbonire l’opinione pubblica. Tutto questo conferma, inoltre, che spesso c’è qualcosa che non torna nei calcoli degli economisti quando sostengono che l’olio di palma abbia una resa 5, 6 e 11 volte superiore rispetto a quelli di colza, girasole e oliva, rispettivamente. Perché se nella resa si inserissero l’uso di concimi chimici e l’impiego di pesticidi (entrambi ricavati dal petrolio), una durata della coltura inferiore ai 20 anni e la perdita di biodiversità e servizi ecosistemici ben superiore nelle aree tropicali rispetto a quelle temperate, verrebbe fuori che gli oli tropicali hanno una resa nettamente inferiore rispetto a qualunque altro olio prodotto sul pianeta.

Quindi, smettiamola con la farsa, smettiamola di acquistare oli tropicali. Il boicottaggio è la soluzione!

Firma la petizione per fermare lo spot a favore dell’olio di palma sul sito del Parlamentare del Movimento5Stelle, Mirko Busto

Scopri le aziende che usano oli tropicali nei propri prodotti: Osservatorio sugli oli tropicali

Scopri quali prodotti sono privi di olio di palma: Il fatto alimentare

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.

Biologo ambientale ed evolutivo

Associate Professor in Ecology and Biodiversity, Tomsk State University, Russia

6 pensieri su “L’olio di palma sostenibile non esiste!

  1. Utilissimi chiarimenti, grazie Roberto! Una domanda: si può fare lo stesso discorso anche per l’olio di cocco, che quindi andrebbe ugualmente boicottato?

  2. Certamente! L’olio di cocco (subdolamente nascosto tra gli ingredienti di alimenti, saponi e cosmetici, sotto nomi come ad es. Cocamidopropyl Betaine) causa gli stessi danni ambientali e gli stessi problemi sociali dell’olio di palma. Pertanto il boicottaggio (o meglio il “boicottaggio sociale”) dovrebbe riguardare gli oli tropicali in genere.
    Grazie a lei,
    Roberto

  3. Buongiorno!
    Olio di Palma sostenibile esiste….
    É l’Olio di Palmisti!
    Ossia olio di palma derivante da piccole aziende che per coltivare gli alberi non utilizzano fertilizzanti chimici,pesticidi e quant’altro… Inoltre non disboscano e non degradano/impoveriscono il suolo! 🙂
    É l’ingrediente contenuto nella cosmesi BIOEMSAN che non so se conosce…
    Inoltre coltivano tutto con i Microrganismi Effettivi! Conosciuti per le loro proprietá rigenerative nel terreno,nelle coltivazioni e nell’ambiente!
    Li sto studiando oramai da un paio d’anni…
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa!

    Grazie.
    Sara.

  4. Gentile Sara, l’olio di palmisti è ricavato dai semi e non dai frutti della palma da olio, ma la sua produzione è altrettanto insostenibile poiché le stesse piante non possono crescere in serra o in terreni di zone temperate e la sua produzione è semplicemente un “sottoprodotto” di scarsa qualita. Infatti, è costituito da quasi il doppio di grassi saturi dell’olio di palma (circa il 95%), il che lo rende ancor più pericoloso per la salute, ed è impiegato prevalentemente nell’industria dolciaria e cosmetica come grasso o emulsionante a basso costo. Poiché di largo impiego, sebbene possano esistere alcune piccole aziende che lo producono in maniera localizzata come lei scrive, l’esportazione è operata dalle stesse aziende che producono olio da piantagioni ricavate su terreni deforestatati. Le multinazionali che si riforniscono di olio di palmisti hanno bisogno di enormi quantitativi per la produzione industriale e, pertanto, non acquistano dal piccolo produttore locale (il quale entrando nel commercio da esportazione non potrebbe più essere considerato, appunto, “piccolo produttore”). Una buona regola da ricordare è che se un prodotto tropicale arriva in Europa (o in qualunque altro posto che non siano i tropici) è praticamente certo che non sia di “origine sostenibile”, ovvero prodotto in piccola scala, venduto localmente e privo di eccessivo impatto sull’ambiente e sulle popolazioni indigene. Non conosco l’azienda di cui mi parla, ma rifornirsi di olio di palmisti non ha nulla di molto più sostenibile che utilizzare olio di palma. Semplicemente il palmisti costa persino meno dell’olio di palma ed essendo più denso può essere utilizzato come ingrediente di cosmetici e dolci da pasticceria (al posto del burro o della margarina). Inoltre, dubito che anche la produzione in piccola scala possa, comunque, avvenire senza impiego di pesticidi e fertilizzanti chimici perché parliamo di piantagioni tropicali altamente sensibili a parassiti e malattie coltivate su terreni poveri di nutrienti e sostanza organica. Il metodo dei “Microrganismi Effettivi”, sebbene interessante e promettente, non è del tutto approvato scientificamente e standardizzato, pertanto non sono certo della sua efficacia. Infine, c’è sempre da ricordare che qualunque prodotto proveniente da migliaia di chilometri di distanza non può già di per sé essere considerato sostenibile poiché produce emissioni di gas climalteranti e inquinamento da trasporto che ne vanificherebbero comunque la pur dubbia “sostenibilità ambientale”. Se le aziende usano olio di palma, di palmisti o di cocco è solo perché costano molto meno degli altri oli ed è possibile esternalizzare l’impatto sociale e ambientale della produzione in paesi distanti 10-15 mila chilometri, dove le più basilari norme civili, ambientali e i diritti umani non vengono rispettati.
    Questo è ciò che penso.
    Cordiali saluti,
    Roberto Cazzolla Gatti

  5. Grazie Roberto per la risposta. Scartato anche l’olio di cocco, possiamo usare il burro di cacao? Può essere sostenibile?

  6. Gentile Amaranta,
    il burro di cacao proviene da piantagioni che, sebbene in tempi più lontani, hanno, comunque, soppiantato le foreste tropicali. L’incremento della domanda, inoltre, sta facendo aumentare anche l’estensione di queste colture a spese della foresta. Così come per il té, il caffè, lo zucchero di canna, la quinoa, il cioccolato e gli altri prodotti di origine tropicale la domanda da porsi è: ne ho davvero bisogno e/o posso sostituire queste materie prime (che oltre alle problematiche legate alla deforestazione, provengono pur sempre da migliaia di chilometri di distanza) con altri prodotti più sostenibili e reperibili localmente? Ad esempio, per quanto possa sembrare un’eresia per gli italiani famosi bevitori di caffé, si potrebbe sostituire quest’ultimo prodotto di largo consumo a livello mondiale e dall’elevato impatto ambientale (si veda, ad esempio: http://blogs.nature.com/news/2012/06/international-trade-puts-species-in-peril.html) con caffé d’orzo o cicoria coltivati nella propria regione o nel proprio stato… il gusto non è ovviamente lo stesso, ma ritenendoci una specie sapiens sapremo anche far valere la ragione prima della pancia. Così, è proprio necessario il burro di cacao? Come si faceva sino a qualche decennio fa, quando ancora l’importazione di massa di prodotti tropicali non era così diffusa? Per idratare la pelle o le labbra non basta un po’ d’olio d’oliva o di mandorla?
    La saluto cordialmente,
    Roberto

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