Ecco perché non rischiamo, ma causiamo, l’estinzione

Al contrario di quanto si suppone dall’analisi dei tassi di crescita della popolazione italiana e di quella europea, che registrano un calo da qualche decennio, la popolazione mondiale media è in netto incremento e questo è, a mio parere, la principale causa di ogni problema economico, ecologico e sociale che ci troviamo a fronteggiare oggigiorno.
Le prospettive sono a dir poco allarmanti: una popolazione di 9-10 miliardi attesa per il 2050. Certo, se si analizza l’incipiente incremento di pensionati rispetto ai nascituri del Belpaese il trend non sembra così inquietante, ma il calo nel tasso di crescita medio europeo è dovuto all’incremento dell’istruzione e dell’occupazione femminile, a lievi miglioramenti delle condizioni sociali delle classi medio-basse rispetto all’immediato dopoguerra e allo sviluppo dei contraccettivi.
Inoltre, l’Europa degli anni 50 e 60 ha già avuto il suo impennante ed esponenziale incremento della popolazione e ora vede un naturale calo. Le dinamiche di popolazione in ecologia, alle quali anche la nostra specie è obbligata a obbedire, sono complesse e non lineari come alcuni matematici (ad esempio Alfred J. Lotka e Vito Volterra) hanno tentato rappresentare. Equazioni a due variabili (solo perché oltre tre la matematica non è in grado di risolverle), tassi di crescita che non tengono conto dell’integrazione di una popolazione con le altre e di queste con l’ambiente e che semplificano il tutto con l’adozione di una quota fissa sostenibile, la capacità portante dell’ambiente (K), e incapacità di adattamento (equilibri dinamici) sono tutti elementi che rendono inutili e irreali tali modelli popolazionistici.
La natura non opera per mezzo di equazioni semplificate, non prevede alcun equilibrio stabile (che significa a-biosi, cioè non vita) e non è lineare. Qualunque stima e previsione dovrebbe prendere in considerazione questi aspetti e andare oltre i modelli meccanicistici che stanno causando catastrofi anche in altri ambiti ecologici. Ad esempio, l’utilizzo di equazioni semplificate per stimare le dinamiche di popolazione degli stock ittici ha causato, nell’ultimo secolo, una sovrastima del reclutamento (tasso di nascite) tale da portare a previsioni ottimistiche sul pescato, al rilascio di maggiori quote di pesca, all’overfishing (sovrasfruttamento delle risorse ittiche) e alla desertificazione di mari e oceani che oggi riscontriamo, dopo decenni di sciagurate applicazioni matematiche semplificate all’ecologia.
In un’epoca in cui prevedere sembra esser diventato più importante che agire, dovremmo mettere da parte l’iper-semplificazione dovuta alle nostre scarse conoscenze dei sistemi complessi e operare per mezzo del principio di precauzione, invece di stimare qualcosa lanciando il dado della matematica lineare.
Le popolazioni umane dell’Africa subsahariana, dell’America latina e del Sud-est asiatico sono in preoccupante e impetuoso incremento (Figura 1). Sarà proprio a causa di questa crescita se in soli due secoli decuplicheremo la popolazione mondiale rispetto al 1850.

 

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Figura 1. Tasso di crescita della popolazione mondiale dal 1950 ad oggi e previsioni sino al 2050 (UNEP)

 

Qui, sul pianeta Terra, nel breve termine non è a rischio l’estinzione della specie umana. È a rischio l’estinzione di migliaia di altre specie con cui condividiamo questa Terra e la causa è proprio il numero di esseri umani e il loro tasso di crescita.
La più efficace arma contro i mutamenti climatici, contro l’inquinamento, contro l’estinzione delle specie, contro le carestie, il consumo di risorse idriche ed energetiche, la diseguaglianza, la disoccupazione, la violenza, etc. è la riduzione della popolazione umana! Le associazioni umanitarie ed ambientaliste che si battono per un mondo più giusto e sostenibile dovrebbero dirlo con chiarezza, evitando di preoccuparsi troppo di cosa penserebbero i propri finanziatori appartenenti a ordini religiosi e a enti sociali che aborrono l’idea che l’uomo stia diventando un cancro per il pianeta. La diminuzione del tasso di crescita è una soluzione efficace e innocua perché si previene la conseguenza, non certo si agisce sulla causa.
Altro che preoccuparci per l’estinzione dell’essere umano, qui dovremmo impegnarci per ridurne il metastatico sviluppo. Come ho mostrato in un precedente studio sullo sviluppo delle società umane (Gatti Cazzolla R., Global Patterns of Human Development and Environmental Protection, Economology Journal, Vol. I, Year I, Jun 2011, pp. 20-29), la fase di peggior sfruttamento dell’ambiente avviene proprio durante la crescita della popolazione in quello stato che definiamo «via di sviluppo» (Figura 2).
Le società, come quella europea che hanno già superato questa fase devastando la maggior parte del proprio ambiente per garantire l’osannata crescita e si trovano ora a ripensare a soluzioni «sostenibili di vita» dovrebbero, piuttosto che preoccuparsi del tasso di decrescita umano, impegnarsi a condividere le conoscenze acquisite durante la fase distruttiva del proprio sviluppo con le società che la stanno invece attraversando in questo momento, in modo da minimizzare gli impatti negativi sugli ecosistemi.
Tra queste conoscenze non ci sono solo le risorse rinnovabili, l’igiene, la raccolta differenziata, le aree protette, le leggi a tutela dell’ambiente, etc., ma sono di fondamentale importanza le pratiche di riduzione della mortalità infantile e, allo stesso tempo, il contenimento del tasso di nascita mediante l’educazione e l’impiego femminile, l’ampia diffusione dei contraccettivi maschili e femminili e la scolarizzazione infantile.

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Figura 2. Le due curve preliminari derivanti dallo studio delle dinamiche di sviluppo delle società umane comparate alla tutela dell’ambiente. Si noti che nel punto intermedio della curva di sviluppo umano la tutela dell’ambiente è al suo livello minimo (da Gatti Cazzolla R., Global Patterns of Human Development and Environmental Protection, Economology Journal, Vol. I, Year I, Jun 2011, pp. 20-29)

Solo così i 10 miliardi attesi in poco meno di cinquant’anni eviteranno di divorare quel po’ di Natura rimasta intatta prima di auto-estinguersi per impossibilità di sopravvivere in un sistema, quello di Gaia, un pianeta vivente, profondamente danneggiato. Perché l’estinzione umana non arriverà certo a causa della diminuzione del tasso di crescita come previsto dalle equazioni di Lotka, Volterra e Kostitzin, dai sostenitori del modello competitivo di Gause o dai fautori della lotta per la sopravvivenza (principio sul quale non si basa assolutamente l’evoluzione).
L’uomo rischia, al contrario, l’estinzione proprio a causa della sua orba e ottusa crescita di popolazione, che incrementa di volta in volta quella «capacità portante» che le altre specie rispettano poiché incapaci di sovrasfruttare il proprio habitat con macchinazioni tecnologiche e che invece noi, che giochiamo a esser Dio, ogni volta infrangiamo affinché la crescita (demografica ed economica) non si arresti. Una demagogica follia che presto, se non si agirà concretamente, rivelerà agli antropocentristi tutto ciò che abbiamo voluto ignorare.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.,
Associate professor
Ecology and Biodiversity Laboratory,
Biological and Biophysical Institute,
Tomsk State University (TSU), Russia

Pubblicato su Villaggio Globale del 3 maggio 2015