Dall’Africa alla Siberia con i taralli nella valigia

Lo scienziato va in Siberia per l’Ecologia

Le pagine del quotidiano con l’intervista in pdf: Intervista_La Gazzetta del Mezzogiorno

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di RITA SCHENA

«Mammaaa! Dove stanno i maglioni pesanti?». Roberto nel fare la valigia avrà dovuto scegliere quanto di più caldo aveva negli armadi. A 31 anni, da meno di due mesi si trova in Siberia dove gli hanno offerto la cattedra di professore associato in Ecologia e diversità biologica all’Università di Tomsk. Roberto Cazzolla Gatti è di Gioia del Colle («anche se sono nato a Noci», dice) e una passione per l’ambiente e la natura, da quando era bambino, che lo ha portato ad una laurea specialistica in biologia ambientale ed evolutiva conseguita a Bari ed ora a migliaia di chilometri da casa.
«Quando ero ragazzino – tracconta – i miei regali per le promozioni erano viaggi nelle oasi Lipu e Wwf. Adoravo e adoro esplorare il mondo, grazie al sostegno dei miei genitori – quanti libri di scienza hanno comprato per me! – e alla formazione di insegnanti bravissimi che ho incontrato lungo il mio percorso».

In pratica mai avuto un quattro in matematica? «Per la verità no – ammette ridendo – ma mi appassionano anche le materie letterarie». Roberto racconta le sue esperienze e il suo entusiasmo è contagioso. «Dopo la laurea a Bari le possibilità di fare ricerca come sarebbe piaciuto a me erano veramente molto poche, così grazie al sostegno finanziario della Regione Puglia con il progetto Bollenti Spiriti-Ritorno al futuro, ho potuto frequentare a Roma un master in “Protezione dell’ambiente globale e politiche internazionali”. Subito dopo il master per 3 anni ho lavorato per le Nazioni Unite come consulente scientifico negli uffici romani della Fao: avevo 25 anni e la possibilità di collaborare con colleghi di tutto il mondo, ma dopo un po’ mi sono reso conto che il lavoro d’ufficio mi stava stretto, così ho deciso di lasciare e dedicarmi completamente alla scienza». Siberia
Roberto parte prima per i Balcani e poi per l’Indonesia dove lavora per un centro di recupero della fauna selvatica. La sua passione per la natura ha anche un’altra espressione: adora la fotografia che lo accompagna in tutte le sue avventure.

Come è iniziata la sua carriera accademica?«Dopo un anno rientro in Italia per partecipare ad un concorso di dottorato presso l’Università della Tuscia. Tutti mi dicevano che non ci sarei riuscito perché mi ero laureato in un’altra Università, al Sud, e invece io volevo assolutamente essere in quel progetto. Ho studiato con tutta la mia caparbietà e mi sono classificato primo. Da quel momento sono stato in India, Australia e quindici volte in Africa, in sei diversi Paesi del continente: per 5 anni ho studiato le foreste tropicali. Ho vissuto per un mese con un gruppo di pigmei e ho scritto il mio primo romanzo, “Il paradosso della civiltà” per denunciare ciò che il mondo occidentale sta realizzando a discapito di quei popoli e della loro natura. Poi ho pubblicato tre libri fotografici su questi luoghi con Villaggio Globale. Ora torno in Africa almeno una volta all’anno, mi sono ricreduto, il mal d’Africa non è solo una diceria…».

siberia università di TomskDall’Africa alle tundre siberiane attraverso lo studio per il Centro euromediterraneo sui mutamenti climatici (Cmcc) e tante pubblicazioni scientifiche. «Quando il mio assegno di ricerca stava finendo ho cominciato a inviare in giro il mio curriculum. Ho persino partecipato ad un concorso come biologo all’Arpa Puglia, ma senza pensarci troppo, poi tra le risposte ce n’era una che diceva: “In base alla nostra valutazione dei suoi titoli e delle sue pubblicazioni siamo felici di poterle offrire un posto da professore associato in Ecologia e diversità biologica presso la Tomsk State University (TSU)”. Non potevo crederci. Ho letto l’indirizzo dell’università ed era in Russia. Ho cercato su Google Maps la località precisa ed era… in Siberia! “Wow, chi l’avrebbe mai detto: professore associato in Siberia”, ho pensato. L’offerta era allettante; credo che in Italia, ma anche in Europa, di questi tempi sia molto difficile diventare professori universitari a trent’anni. Il sistema è satollo, la ricerca non viene finanziata e la competizione è altissima. Mi sono informato bene su questa università e ho scoperto, inaspettatamente, quanto sia prestigiosa: fra le tre più importanti di Russia e fra le 500 migliori al mondo. Dopo qualche settimana stavo già chiedendo un visto per la Russia e prenotando un volo di sola andata…».

Ma a casa come l’hanno presa? «I miei familiari ed amici sono abituati a vedermi sempre con la valigia. Quando sono stato in Gabon non sono riuscito a comunicare per quasi un mese. Ora qui in Siberia mi mancano il mare, i panzerotti, il pane e pomodoro con il nostro olio d’oliva, ma nonostante temperature invernali che raggiungono i -40° si vive benissimo. Tomsk viene definita “l’Oxford della Siberia” è un grosso centro molto vivace con oltre la metà dei residenti giovani sotto i 30 anni. Nella valigia sono riuscito a nascondere una busta di tarallini, ma aspetto quest’estate quando potrò ritornare».
Il professor Roberto Cazzolla Gatti insegna e svolge ricerca raccogliendo dati sull’impatto dei mutamenti climatici e studiando gli adattamenti delle specie animali, per farlo è dovuto volare in Siberia, ma come spesso ripete: «Il mondo non è mai troppo grande se visto attraverso le lenti di un ecologo».

da La Gazzetta del Mezzogiorno del 13/04/2015

3 pensieri su “Dall’Africa alla Siberia con i taralli nella valigia

  1. Ehm, a parte la storia del dottorato che si sa come va in Italia…ma se si ammalerà in siberia rifiuterà i farmaci testati?

  2. Gentile Giulia Proietti,
    devo ammettere di esser stato felicemente sorpreso dall’esito di quel concorso e piacevolmente smentito in merito all’idea che in Italia tutto è nepotismo e raccomandazioni, e la preparazione non conta. Se smettessimo di pensarla così, forse faciliteremmo il cambiamento. Qualche eccezione c’è…
    Non vedo, invece per quale ragione dovrei avere più probabilità di ammalarmi in Siberia, ad ogni modo non prenderei farmaci non solo per ragioni bioetiche (il problema non si porrebbe, tra l’altro, poiché la maggior parte dei principi attivi introdotti in commercio anni fa, come antipiretici, antinfiammatori, antibiotici, etc. e appartenenti alla farmacologia di base non viene più testata sugli animali), ma anche per motivi biomedici, perché ritengo la maggior parte dei farmaci di sintesi inutili e dannosi per la salute (e per l’ambiente).
    La invito a leggere questo interessante articolo pubblicato su Science, in proposito, che mostra quanto la nostra civiltà sia diventata dipendente dagli antibiotici, mentre i popoli indigeni possono tranquillamente farne a meno essendo naturalmente preparati a fronteggiare infezioni e malattie:
    http://advances.sciencemag.org/content/1/3/e1500183
    Noi creiamo la suscettibilità alla malattie in nome della civiltà e poi torturiamo le altre specie per curarci. Una follia!
    La saluto

  3. Dev’essere molto interessante la Siberia…così diversa dalla nostra Puglia…

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