Ri-Creare il nostro rapporto con la Terra

La crescita deve essere qualitativa e non quantitativa 

 

Nelle ultime settimane si sono susseguite notizie allarmanti sui vasti incendi divampati prima nelle foreste boreali di Russia e Canada, che hanno distrutto grandi estensioni di taiga e poi in Amazzonia, scatenando i social più che i canadair, sebbene vasti e ben più numerosi incendi brucino da tempo migliaia di ettari di vegetazione nel bacino del Congo e nel Sudest asiatico senza che nessuno si scandalizzi. Contemporaneamente, a fine agosto, uno dei più devastanti uragani atlantici ha raggiunto le coste degli Stati Uniti e tenuto in allerta l’intero stato della Florida. Nel frattempo, nel silenzio generale e, in molti casi, nell’inconsapevolezza persino degli stessi scienziati, decine di specie animali e vegetali sono scomparse per sempre dalla faccia della Terra.

Immagino che i soliti buontemponi staranno già brontolando “ecco il solito allarmismo”, “gli ambientalisti esagerano sempre”, etc., ma difronte ad amministrazioni come quella di Bolsonaro che svendono il più biodiverso territorio al mondo e, che per sviare l’attenzione, insultano la first lady francese per il suo aspetto fisico, come farebbe un adolescente che insulta la commessa per esser stato scoperto a rubare al supermercato; difronte a politiche come quelle di Trump che propongono di bombardare gli uragani con missili nucleari mentre fanno ritornare il Paese più consumista al mondo all’età del carbone; difronte a presidenze come quelle di Putin che nascondono al suo stesso popolo i rischi della contaminazione nucleare dei “segretissimi” test missilistici falliti e lascia bruciare le foreste russe perché spegnere gli incendi sarebbe più costoso che proteggere gli alberi e le decine di città siberiane soffocate dalla diossina; difronte a ideologie come quelle di Salvini che ignorano del tutto cosa siano l’ambiente e la Natura perché proteggersi dal “diverso” è la cosa più importante da fare per migliorare un paese; difronte alle centinaia di presidenti, ministri, politici che in tutto il mondo stanno ignorando quanto la nostra Terra e la nostra specie, di conseguenza, siano minacciate per inseguire un illusorio progresso economico e un fantomatico sviluppo sostenibile non posso che ritenermi preoccupato.

Ammiro l’impegno messo in campo da Greta Thunberg, la ragazza svedese che sta attirando l’attenzione del mondo sui cambiamenti climatici. Mi rende, al contempo, triste constatare che decenni di allarmi degli scienziati siano stati ignorati sino a poco tempo fa e ci fosse bisogno di una sedicenne per capire che qualcosa non va sulla Terra. Questo deve farci riflettere sia sulle carenze che la scienza ha di raggiungere l’opinione pubblica sia sull’ignoranza volontaria che l’uomo sceglie di avere per non impegnarsi sino a quando non è con l’acqua alla gola. Applaudo Greta per il suo immenso coraggio, ma trovo ridicolo che ad accoglierla dopo una transoceanica a impatto (quasi) zero durata due settimane, ci siano 17 barche con le vele colorate dagli obiettivi di sviluppo sostenibile proposti dall’ONU. Proprio quello sviluppo sostenibile che, come confermato anche dal recente rapporto dell’European Environmental Bureau intitolato “Decoupling Debunked”, invece di arrestare la devastazione del pianeta, ne ha favorito lo sfruttamento indiscriminato.

Contrariamente a quanto suggeriscono molti economisti, infatti, lo sviluppo non è sempre un bene per la Natura (come già proponevo nel mio studio del 2016 intitolato “Trends in human development and environmental protection” pubblicato sull’International Journal of Environmental Studies, n° 73(2), pp. 268-276). È ampiamente riconosciuto che la biodiversità e gli ecosistemi siano fondamentali per sostenere l’umanità e la vita sulla Terra, ma negli ultimi decenni sono stati sottoposti a forti pressioni a causa dello sfruttamento eccessivo mascherato da “green growth” o “sviluppo sostenibile”.

In quella ricerca evidenziavo che il problema principale è che, anche se la volontà di seguire uno stile di vita sostenibile nei “paesi occidentali” è in aumento, molti paesi in via di sviluppo stanno vivendo proprio in questo momento una tale crescita economica che sfrutta in maniera insostenibile l’ambiente che la alimenta. Lo studio confrontava le tendenze osservate nell’Indice del pianeta vivente (LPI) e nell’Indice di sviluppo umano (HDI) e impiegava un approccio storico in termini economico-ecologici per mostrare come le società umane seguano tutte modelli di sviluppo comuni mentre si muovono da uno stile di vita indigeno attraverso società non sviluppate, prima di entrare in una fase di transizione in direzione di ciò che consideriamo una condizione di “sviluppo”. Mentre si sviluppa, attraversando queste fasi, ogni società sfrutta il più possibile le risorse naturali locali, regionali e talvolta globali per alimentare la propria crescita economica.

In tempi moderni, possiamo notare che i paesi “sviluppati”, popolati da 2 miliardi di persone, consumano l’intero capitale ambientale disponibile in meno di un anno, mentre i paesi “sottosviluppati” e “in via di sviluppo”, che ospitano più di 5 miliardi di persone, stanno esaurendo le risorse naturali e riducendo la biodiversità a un ritmo inarrestabile. Se i paesi in via di sviluppo non attuano immediatamente strategie per bypassare questo stadio “intermedio” di sovrasfruttamento della Natura durante l’intensa fase di crescita, gli ecosistemi della Terra non saranno più in grado di mantenere alti i livelli di biodiversità.

Oltre ai cambiamenti climatici, la principale causa della riduzione della biodiversità che abbiamo individuato negli ultimi tempi è l’elevato tasso di distruzione e degrado dell’habitat dovuto allo sfruttamento delle risorse naturali (carburanti, prodotti tropicali, minerali e terre rare, legno, risorse ittiche, pascoli, etc.) che sostengono il cosiddetto “sviluppo sostenibile”. Ad esempio, oltre la metà dell’estensione originaria stimata delle foreste temperate di latifoglie era già stata convertita in agricoltura, piantagioni forestali e aree urbane prima del 1950. Al contrario, la deforestazione e il cambiamento nell’uso del suolo sostenuti dalla richiesta da parte dei paesi sviluppati e in via di sviluppo di risorse naturali e territori da adibire alla coltivazione di foraggio per il mercato della carne hanno subito un’accelerazione ai tropici dopo la metà del 900. Lo stesso è accaduto con lo sfruttamento degli ecosistemi di acqua dolce che è andato ben oltre i livelli sostenibili anche dalla attuale domanda di risorse. A ciò si potrebbe aggiunge il recente impatto della crescente domanda globale di prodotti derivati ​​dall’olio di palma, che continua ad essere un fattore chiave alla base del drammatico declino della biodiversità forestale nel Sud-est asiatico (https://www.independent.co.uk/news/world/asia/palm-oil-sustainable-certified-plantations-orangutans-indonesia-southeast-asia-greenwashing-purdue-a8674681.html). Secondo gli ultimi dati, due specie di orangutan hanno già nel corso del XX secolo subito una pericolosa riduzione della popolazione. Guardando all’ambiente marino, l’elevata domanda di prodotti ittici, unita alla sovraccapacità della flotta peschereccia globale e alle tecniche di pesca inefficienti, hanno portato a un massiccio sovrasfruttamento.

Appare, dunque, necessario riprogrammare il nostro rapporto con la natura, ovvero RI-CREARE quell’equilibrio che abbiamo smarrito nel corso dei secoli di industrializzazione prima e illusione di sviluppo sostenibile poi, mettendo in pratica quello che lo scienziato Fritjof Capra ha definito “crescita qualitativa” e non quantitativa, migliorando la qualità di ciò che usiamo e facciamo durante la nostra vita e non incrementandone la quantità.

La Green Economy ha fallito innanzitutto perché non ha tenuto conto che la popolazione umana è in costante crescita e un miliardo di bottigliette in plastica utilizzate ogni giorno nel 2000, sebbene possano esser state tutte riciclate, sono cosa ben diversa dai 6 miliardi nel 2030. Un miliardo di smartphones nel 2000 contenevano un quantitativo di litio e terre rare sei volte inferiore rispetto a quello necessario per produrne 6 miliardi. Un miliardo di persone nel 1800 avevano un impatto ambientale 7-8, ma forse anche 10-12, volte inferiore ai 7 miliardi attuali. Per quanto ci si possa illudere che lo sviluppo e la crescita siano verdi e sostenibili, i 10 miliardi di umani previsti nel 2050 non potranno mai avere un impatto ambientale inferiore a quello che avevano in epoca preindustriale. E se oltre il 60% del pianeta è stato sfruttato per garantire lo sviluppo dalla locomotiva ad oggi, come possiamo illuderci di poter sopravvivere nei prossimi anni senza portare al collasso la Natura?

Le vele colorate che accolgono, e vanificano, la navigazione di Greta dall’Europa sino al porto di New York recitando slogan per il “Sustainable Development” mi fanno capire che le intenzioni sono buone, ma i modelli sono, ancora, del tutto sbagliati. Se non sapremo RI-CREARE, prima di tutto, un nuovo rapporto con la Natura fondato sulla riduzione dei consumi e della popolazione, più che sulla crescita, potremo anche tutti viaggiare in barca a vela con pannelli fotovoltaici, ma saranno comunque necessari miliardi di barche a vela che trasporteranno miliardi di turisti che utilizzeranno miliardi di telefoni, ripieni di metalli sempre più rari, per ordinare online miliardi di creme solari, che intossicano i mari, e teli da spiaggia, cuciti con tessuti cancerogeni da cinesi sottopagati, per prenotare, una volta a casa sulla terraferma, miliardi di pizze da asporto contenute in cartoni, che per quanto la green economy potrà trasformare in materiale riciclabile (al momento non lo sono), deriveranno sempre da miliardi di alberi che, se ancora esisteranno, saranno tagliati dalle ultime foreste sul pianeta e, nel peggiore degli scenari, verranno pur sempre da piantagioni di biodegradabile mais o qualunque altro materiale che lo “sviluppo sostenibile” saprà inventare cresciute al posto di rigogliosi ecosistemi naturali.

Insomma, per avere “crescita qualitativa” è necessario, innanzitutto, ridurre la crescita quantitativa. Sembra difficile, ma basterebbe seguire questa semplice regola:

lo compro se non lo butto,

lo mangio se non mangia,

lo bevo se non mi fa aver sete,

lo voglio se non ne ho più di due,

lo adotto se non ne ho meno di due,

lo educo se non sopporto di essere rimproverato.

 

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.

Biologo ambientale ed evolutivo

Professore associato presso il Biological Institute,

Tomsk State University, Russia

 

Pubblicato sul numero 87 (Settembre 2019) di Villaggio Globale

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