I pericoli arrivano dalle coste

L’importanza di quel “velo sottile” che separa terra e mare

Siamo animali terrestri. Abbiamo evoluto il nostro bipedismo per poggiare zampe trasformate in piedi, di cui tutta la superficie plantare (carattere che condividiamo, ad esempio, con gli orsi, appunto plantigradi) sostiene una più o meno stabile spina dorsale, su substrati duri come il suolo e non come l’acqua. Abbiamo polmoni e non più branchie, e per quanto ci sforziamo di trattenere il respiro non possiamo resistere sott’acqua più di qualche minuto. Inoltre, se – con la nostra fisiologia – ci “trasferissimo” in mare, rischieremmo di disidratarci in poco tempo a causa del processo di osmosi che anche solo dopo qualche minuto in acqua salata ci rende le dita rugose. Pertanto, abbiamo diviso mentalmente – come amiamo fare in ogni campo – in due compartimenti stagni l’ambiente naturale: la terra (che a volte ricordiamo comprendere anche laghi e fiumi) e il mare. Del primo conosciamo lo sfacelo a cui l’abbiamo sottoposto in un paio di secoli di sfruttamento indiscriminato. Lo sappiamo perché lo possiamo vedere ogni giorno guardando le grigie zone industriali che circondano le nostre città sparse dappertutto, ma anche le verdi distese di monocolture che ormai stanno invadendo le terre emerse, lasciando alla Natura pochi, sparuti, scampoli di selvaticità. Come se non bastasse, satelliti e immagini aeree ci mostrano ciò che il nostro sguardo non può cogliere dall’osservazione diretta: la distruzione che i nostri incauti acquisti provocano nel resto del mondo. E così ammiriamo, con quella vaga indifferenza di chi sa di esserne in qualche modo responsabile ma difficilmente è disposto ad ammetterlo, l’Amazzonia in fiamme per lasciar posto alle colture di soia che rimpinzano vacche da macello che rimpinzano i nostri hamburger, l’Indonesia deforestata per coltivare palme da olio che riempiono serbatoi e merendine che riempiono il pianeta di rifiuti e obesi, l’Africa ridotta in povertà per abbellire i salotti occidentali in lussuosissimo parquet e teak, l’Europa e l’America del Nord sempre più cementificate per sostenere la globalizzazione dei mercati. Così, vuoi o non vuoi, quel che sai del posto in cui cammini è, più o meno, il minimo indispensabile di consapevolezza ecologica. Tant’è che esiste persino una forma di vegetarianismo che contempla il mangiar pesci e altri animali marini, perché – a dir loro – non sono “carne”. In realtà, carne lo sono a tutti gli effetti in quanto ciò di cui i vegetariani-escluso-pesci si alimentano sono muscoli, nervi e cartilagini di animali, ugualmente senzienti, ma che vivono – e questa è la sostanziale differenza – non sulla terraferma.

Ciò che riguarda il mare, il secondo comparto per nostra importanza da instabili bipedi terrestri, è solo lontanamente preoccupante rispetto alle vicende terrene (non nel senso trascendente del termine, ma proprio di legato “alla terra”). Ci importa meno della sorte dei pesci che di quella degli uccelli, per quanto ugualmente vertebrati, colorati e biodiversi. Ci importa meno dell’inquinamento marino rispetto a quello terrestre. Ci importa meno del cambiamento di uso del mare di quanto ci sforziamo di monitorare e contenere quello di uso del suolo. Tutto questo perché ciò che ci è più lontano evolutivamente, ma – ancor più –  ciò che ci è distante visivamente, e – in misura addirittura superiore – ciò che è meno rilevante per la nostra economia, è meno interessante. Se in più si considera quanto profondo, oscuro, misterioso, inesplorabile, coperto d’acqua su acqua e impenetrabile allo sguardo sia il mare, si comprende facilmente che ciò che accade lì dentro non ci riguarda molto.

Ed ecco perché oltre il 60-70% degli stock ittici è in profonda crisi, le specie di pesci commerciali hanno avuto un calo netto delle popolazioni dall’avvento delle grandi flotte di pescherecci, l’inquinamento da metalli pesanti, DDT, pesticidi, petrolio, microplastiche e rifiuti di ogni genere raggiunge anche gli angoli più reconditi dei grandi abissi, per accumularsi nel grasso di quei pesci che a loro volta sterminiamo in maniera non sempre consapevole (agli accaniti consumatori di tonno, ad esempio, non farà piacere sapere che ogni volta che aprono una scatoletta stanno consumando una delle ultime speranze che i loro nipoti possano mangiare tonno selvatico e – cosa ancor più rilevante per il loro diretto interesse – stanno ingerendo una quantità non indifferente di mercurio pericoloso per la salute, che prima si bioaccumula nei pesci predatori e poi nei loro corpi di umani superpredatori). Ecco anche perché ci preoccupiamo di limitare la contaminazione del suolo, ma spesso soprassediamo su quella marina. Ci affanniamo nel ridurre le emissioni nocive dei mezzi di trasporto terresti, ma facciamo ben poco per regolamentare il pesantissimo trasporto navale, che genera scie di fumi tossici e di residui petrolchimici per migliaia di chilometri durante il trasporto delle merci da un capo all’altro del mondo multinazionale.

Per fortuna, i delfini e le tartarughe marine ci stanno molto più simpatici dei pesci e, per questo, ogni tanto qualche legge, qualche controllo e qualche azione in più che riguarda il mare salta fuori. In linea di massima, però, il mare è bello quando ci ispira, ci fa navigare, bagnare, nuotare e prendere il sole. Questo è tutto. È vero – una new entry dell’ultimo periodo -, per fortuna ci sono anche le microplastiche, che riaccendono i fari delle pubblicità progresso sulle nostre azioni quotidiane che danneggiano gli oceani mondiali. Il messaggio che emerge forte e chiaro è: non gettare i tuoi rifiuti in mare o sulla spiaggia. Magari fallo nel parco comunale, sotto l’auto del tuo vicino, affianco al cestino dei mozziconi (perché ovviamente il flacone del detersivo lì non ci entra nemmeno sforzandosi), ma non nel o vicino al mare. Bene, problema mare risolto. Altro che…

In questa propensione alla compartimentalizzazione, nella dicotomia terra-mare, nella separazione tra impatti terrestri e impatti marini, abbiamo dimenticato ciò che unisce queste due apparentemente separate entità. Le coste! Le coste sono una sorta di no man’s land (terra di nessuno), dove persino i lidi devono aggiudicarsi appalti annuali, dove passeggiano i gabbiani e qualcuno scandaglia la sabbia col metal detector in cerca di fortuna invernale. Se poi sono di roccia solida in forma non granulare, insomma se non ci puoi piazzare un ombrellone, le coste hanno ancor meno valore. Eppure è proprio da lì che, come una nave che salpa verso l’orizzonte, tutto parte e va verso il largo. Senza le coste non ci sarebbe la produzione primaria di biomassa di alghe e piante marine che sostiene l’intero ecosistema acquativo. Senza gli organismi delle coste non ci sarebbero quelli pelagici o dei mari profondi. Senza le coste non ci sarebbe riparo dal mare per la terra e questo è quantomai evidente in questa epoca di cambiamenti climatici. Ad esempio, qualcuno ricorderà che le zone più colpite dagli tsunami sono spesso quelle dove le protettive fasce di mangrovie sono state eliminate.

Nonostante questo, ignoriamo volutamente che ciò che proviene dalle coste, prima o poi finisce in mare. Siano essi scarichi fognari mal depurati, rifiuti dispersi e mai raccolti, sversamenti industriali (“per sostenere la crescita economica”). Le coste rappresentano quella invisibile membrana che divide il nostro ambiente terrestre, che gestiamo a nostro piacimento indifferenti alle conseguenze, da quello marino a noi più remoto psicologicamente, che sfruttiamo a nostro piacimento ancor più indifferenti alle conseguenze.

Questa sottile membrana, una sorta di guaina protettiva tra la materia solida e quella liquida, viene trapassata con leggerezza e, invece di agire da filtro, è ormai lo Star Gate attraverso il quale diffondere i disastri terresti in contesto marino. A conferma di tutto questo, fa sorridere, anzi è ridicola, ad esempio, l’inettitudine della maggior parte degli amministratori comunali e degli enti preposti alla gestione del territorio che, nonostante i proclami pro-mare e le bandiere blu, non si curano minimamente della raccolta dei rifiuti stradali in tutti quei paesi e città affacciati (anzi asserragliati in anni di cementificazione selvaggia) sulle coste d’Italia e del mondo e che, volutamente, ignorano quanto proprio questi siano i rifiuti che andranno, in un modo o nell’altro, a contaminare il mare provenendo dalla terra, trasformandosi in microframmenti di rifiuti.

Fa sorridere, anzi è ridicolo, che l’esportazione verso oriente della manodopera da sfruttamento abbia convinto anche i più ambientalisti che un maglione in pile (pubblicizzato come il risultato di un favoloso processo di riciclo delle bottiglie d’acqua) sia davvero ecologico, quando – ad ogni lavaggio in lavatrice – convoglia in mare dalla terraferma, attraverso gli scarichi dei depuratori lungo la costa, migliaia di frammenti proprio di quelle microplastiche di cui il pile è fatto.

Fa sorridere, anzi è ridicolo, che molti dei più inquinanti complessi industriali attingano e riversino acqua proprio dal e nel mare, per raffreddare gli impianti e lavarne via i residui trascinando dalla costa verso le profondità ogni sorta di residuo chimico.

Fa sorridere, anzi è ridicolo, che è proprio dalla costa che salpano le grandi petroliere e gli immensi pescherecci e che basterebbe così poco per limitarne l’impatto; basterebbe regolamentarli lungo le coste, appunto, piuttosto che sperare di coglierli con le mani in pasta, anzi in pesce, una volta al largo, magari in quelle “acque internazionali” che sono un ossimoro per dire ai predatori oceanici “qui fai quello che ti pare”. Però, una volta rientrati sulla costa, perché continuano a fare quello che comunque gli pare?

Costa non è solo Amalfi. Costa non è solo crociere. Costa non è solo sdraio. Costa è il mezzo attraverso il quale entriamo in contatto col mare, lo accarezziamo coperti da un velo o lo feriamo con i guantoni da box.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.

Biologo ambientale ed evolutivo

Professore associato, Biological Institute, Tomsk State University, Russia

Senior Research Fellow, Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition Research, Austria

*Pubblicato sul numero 93 (Marzo 2021) di Villaggio Globale – Trimestrale di Ecologia

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