I boschi e le foreste non sono un insieme di pezzi di legno

Non sono un forestale. Non lo sono mai stato. Non mi piace il modo di pensare (della maggior parte) dei forestali (degli scienziati, non degli agenti, almeno non di tutti). Non mi piace il loro approccio alla Natura. Non mi piace che insegnino a giovani studenti l’estimo forestale, un modo meschino per dire trasformiamo la Natura in soldi. Non mi piace che credano che i boschi e le foreste vadano gestiti, altrimenti predominerebbe il caos (la Natura non è mai caotica, se non nell’immaginario distorto umano). Non mi piace che stabiliscano come un bosco o una foresta vadano gestiti. Non mi piace che i boschi e le foreste debbano essere gestiti. La Natura non si gestisce, altrimenti non è Natura. È solo un adattamento artificiale alla nostra idea di Natura organizzata, ordinata, innocua, produttiva, etc.

Sono un biologo. Sono un biologo ambientale ed evolutivo. Sono uno studioso di biodiversità. Mi interesso di ecologia teorica e applicata, zoologia e botanica ambientale, evoluzione e conservazione biologica, etologia cognitiva e comportamentale, ecofisiologia e astrobiologia. Penso che i boschi e le foreste siano ben altro che un insieme di pezzi di legno. Penso che non vadano gestiti se vogliamo continuare a definirli boschi e foreste. Penso che se gestiamo un bosco o una foresta questi diventino coltivazioni di alberi, piantagioni e nulla più. Penso che la maggior parte dei boschi e delle foreste versano in uno stato pietoso, con biodiversità ridotte al minimo e con ecosistemi gravemente danneggiati. Penso che file di alberi piantati ordinatamente, come nelle foreste scandinave, siano un’offesa alla Natura e non un intervento verso la sostenibilità. Penso che dare un valore economico a un bosco solo perché assorbe anidride carbonica confonda la mente dei più e faccia credere che il bosco sia una scatola di falegnameria, dove più legno c’è, meglio è. Penso che le tecniche di gestione dei boschi temperati non abbiano lasciato alcuna traccia di quello che davvero i boschi erano, ricchi di specie animali, vegetali, fungine, etc. Penso che lo sfruttamento delle foreste tropicali per ottenere beni futili come il cacao, l’olio di palma, il tè, il caffè, le banane, il parquet in mogano, le bare in tek, gli infissi in ebano, etc. siano il più grande crimine che l’umanità stia commettendo nei confronti del Pianeta.

Non credo nelle favole pseudoambientaliste che spacciano tutto ciò che ha un marchio di sostenibilità per sostenibile. Non credo che i marchi possano aiutare l’ambiente se chi controlla è membro del gruppo (o, ancor peggio, è finanziato) dai controllati. Non credo che utilizzare carta igienica (dai nomi regali) in pura cellulosa vergine e poi metterci sopra la faccia di un panda faccia alcuna differenza per le foreste violentate dalle multinazionali. Non credo che riempire i serbatoi o le proprie pance di olio di palma certificato protegga in alcun modo foreste che erano già state distrutte ben prima che la piantagione ricevesse la beatitudine dei certificatori. Non credo che i piani di assestamento forestale nazionali considerino in alcun modo che un bosco è un ecosistema e come tale vive di relazioni tra specie che esistono grazie a ogni singolo albero. Non credo che la frase “pulire un bosco dal legno morto” abbia alcun senso ecologico, zoologico e botanico. Non credo che la tecnica di “prevenzione degli schianti” tagliando gli alberi che non voglion crescer dritti abbia alcun senso, in generale. Non credo che piantare un albero nel proprio giardino e, allo stesso tempo, bere 5 caffè o tè al giorno  prendendo appunti su un taccuino (di quelli utilizzati anche da Hemingway) in purissima carta non riciclata possa garantire un corretto lavaggio della propria coscienza. Non credo che donare qualche risparmio a un’associazione ambientalista che riceve, invece, migliaia di euro dalle sponsorizzazioni delle multinazionali che dovrebbe contrastare ci apra la porta verso l’Eden. Non credo che amare il proprio cane e fregarsene dell’orango che si sta spalmando sulla propria fetta di pane insieme alla crema al cacao possa esentarci dal chiedere “che mondo sarebbe senza?”.

Credo che viviamo un rapporto con la Natura sul modello Instagram: vai, scatta, posta, fregatene. Credo che crediamo di poter proteggere la Natura sul modello Facebook: scorri, condividi, lika, fregatene. Credo che pensiamo di poter garantire un futuro alla Natura sul modello Twitter: riassumi, elimina, essenzializza, fregatene. Credo che ci sentiamo cittadini migliori o peggiori quando qualcuno più giovane di noi (quindi criticabile, incompetente, etc.) organizza i Fridays for Future, ma anche i Tuesdays for Biodiversity, i Saturdays for Science, etc. senza sapere né di cosa si tratti realmente, né se si ha voglia di partecipare davvero. Credo che i Fridays for Future, ma anche i Tuesdays for Biodiversity, i Saturdays for Science, etc. arrivino (purtroppo) sempre troppo tardi, quando i visionari del futuro hanno da decenni preannunciato quello che sarebbe accaduto, quando gli esperti di biodiversità hanno già da mezzo secolo annunciato la sesta estinzione di massa, quando gli scienziati hanno sono già 30 anni che allertano il mondo sui cambiamenti climatici, etc.

Penso che la colpa di questi ritardi sia anche dei visionari, degli esperti e degli scienziati stessi perché per quanto possano esser bravi ricercatori peccano in comunicazione, non parlano al cuore (e alla pancia) delle persone, temono lo critica dei colleghi, tutelano i loro interessi e non vogliono infastidire chi li sponsorizza o ne indirizza la carriera. Penso che lanciare proclami del genere “per salvarci dai cambiamenti climatici l’unica cosa da fare è piantare più alberi” sia tanto ingenuo quanto pericoloso. Penso che il problema sia, come al solito, l’aver confuso la quantità con la qualità e non aver considerato che 2 milioni di alberi ripiantati sarebbero inutili se nel frattempo altri 2 milioni di alberi nelle foreste mondiali vengono tagliati, bruciati, sostituiti, etc. Penso che senza un approccio olistico e interdisciplinare finiremo sempre per ascoltare fesserie del genere “se taglio un ettaro di foresta, ma ne ripianto due l’ambiente viene comunque migliorato”. Penso che chi lo pensa e lo propone (anche ai suoi studenti e colleghi con ridicoli modelli matematici) non ha nessuna idea della biodiversità animale, vegetale, fungina e batterica connessa a un singolo albero e non potrà (o vorrà) mai capire che perdere un albero di tek dalle foreste tropicali, così come una quercia vetusta da quelle temperate, porta alla scomparsa dell’habitat di una dozzina di uccelli, centinaia di insetti, decine di epifite, rettili, anfibi, mammiferi, etc. che proprio da quell’albero dipendono. Penso che non potrà (o vorrà) mai capire che ripiantare un albero di tek sarà sempre meno efficace per la biodiversità che proteggere quello che già c’era. Penso che non potrà (o vorrà) mai capire che piantare file di palme, di pioppi, di eucalipti, etc. laddove c’era una foresta primaria potrà anche essere utile per assorbire un po’ di anidride carbonica, ma è una catastrofe per l’ecosistema.

Sono certo che non potrò (o vorrò) mai accettare che questo mondo in totale confusione sia governato da indifferenti che si affidano al parere esperto di indifferenti e che indirizzano le scelte di cittadini indifferenti perché in questa giostra dell’indifferenza non stiamo perdendo solo un insieme di pezzi di legno. A crollare non sarà una semplice torre Jenga dove al più sfortunato uomo sulla terrà toccherà di rimuovere il legnetto più instabile. A crollare sarà il cielo sulla nostra testa perché, una volta che anche l’ultimo bosco o l’ultima foresta saranno state violentate (non serve che vengano per forza tagliate, basta solo che l’uomo ci metta mano), non resterà più alcun pezzo di quella torre di interessi economici, sfruttamento indiscriminato, corruzione globalizzata e noncuranza interessata che giorno per giorno mi fa sobbalzare al timore di aver sentito proprio quel rumore, quel “tok” sul tavolo, di quando giocando a Jenga hai scelto proprio il tassello sbagliato e, ormai, la torre si sta sgretolando.

Partita finita. Natura persa. Non ricomincio a giocare.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.

Biologo ambientale ed evolutivo

Professore associato, Biological Institute, Tomsk State University, Russia

Research Fellow, Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition Research, Austria

*Pubblicato sul n° 89 di Marzo 2020 di Villaggio Globale 

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