Quello che la Nazionale di calcio ci insegna sullo stato dell’Università italiana

La sconfitta degli Azzurri è lo specchio di un sistema fallimentare anche negli atenei italiani

 

Come molti italiani, all’estero o in patria, ho assistito allo sfacelo delle qualificazioni per i mondiali di calcio in Russia 2018 della Nazionale azzurra. Qualcuno potrebbe obiettare che in questo mondo ci siano tragedie ben peggiori di una disfatta calcistica: dagli attentati ai terremoti, dalle guerre alla deforestazione.

Eppure, la figuraccia rimediata dall’eliminazione ad opera della modesta (calcisticamente parlando) nazionale svedese ci insegna qualcosa di ben più profondo rispetto a quattro calci tirati a un pallone. Ascoltando le parole del portiere e capitano italiano, Gianluigi Buffon, rammaricato sino alle lacrime per la sconfitta, ho pensato a quanto questa situazione rispecchi, purtroppo, molto bene ciò che sta accadendo nell’università italiana. Buffon, trattenendo la commozione, ha parlato di “fallimento sociale”. E ha pienamente ragione. Non perché non qualificarsi a un mondiale sia una tragedia che travalica i confini sportivi, ma perché nella vergognosa prestazione di una nazionale calcistica s’intravedono, più che altro, i sintomi di un fallimento nazionale. Di una nazione da sempre famosa per la bellezza e la creatività, per il Colosseo e il Duomo di Milano, per Michelangelo e Leonardo, per Dante e Roberto Baggio, per la pizza e l’alta moda e che ora, come “un gattino annaffiato”, piange di vergogna.

Così come gli Azzurri, anche l’Università italiana (che della società dovrebbe essere la cartina al tornasole, l’Olimpo della cultura) vive, ormai da un decennio, un costante declino nei risultati e nell’apprezzamento sociale. Questo stato di decadimento viene spesso imputato ai giocatori (ovvero, ai ricercatori) piuttosto che a chi li mette in campo (ovvero, i direttori dei dipartimenti e dei laboratori) o a chi questi li convoca (ovvero, le commissioni ministeriali e accademiche). Ciò che c’insegna l’ultima terribile prestazione della nazionale calcistica è che quando da molti anni non si investe nel presente e nell’immediato futuro, quando non sembra esserci fine al peggio e le parole sono tante ma i fatti ben pochi, per quanto i giocatori (si legga “i ricercatori”) in campo ce la mettano tutta, possono fare ben poco.

Con un inquietante parallelo tra mondo del calcio e della ricerca, assistiamo a un penoso stillicidio di uomini, forze e risorse senza ottenere alcun risultato rilevante. Non continuiamo, però, a incolpare i giocatori (i ricercatori). Quelli che ci sono fanno del loro meglio, nonostante la tragedia che li circonda.

Focalizziamo, semmai, l’attenzione su chi questo disastro l’ha cronicizzato: i dirigenti (leggi “i ministri e i commissari”) e gli allenatori (leggi “i professori ordinari e i direttori di dipartimento”). Non tutti, ovviamente. Ma la maggior parte.

I dirigenti, come l’improbabile presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) Carlo Tavecchio, al pari di molti ministri e commissari universitari non sanno nemmeno cosa stiano amministrando, fanno continue gaffe e legiferano a caso qua e là. Non sono mai stati calciatori professionisti (ovvero, studiosi e ricercatori), non hanno vissuto nemmeno un giorno negli spogliatoi (ovvero, nelle biblioteche e nei laboratori) e non sanno granché di ciò che sono chiamati a dirigere. Per questo, mantenendo ben salda la loro poltrona, propongono ridicoli concorsi (leggi  “convocazioni”) andando spesso a reclutare non i migliori futuri allenatori (leggi “i direttori di dipartimenti e professori ordinari”), ma gli amici incompetenti.

Così ci ritroviamo in mano a mediocri ordinari e capi di dipartimento, nello stesso modo in cui la nostra nazionale di calcio è allenata dall’improbabile Gian Piero Ventura. Costui, senza aver giocato un solo minuto su un campo di calcio di A o di B, militando tra oratori e serie minori (ovvero senza aver trascorso neanche un centesimo di quel tempo che viene richiesto ora agli aspiranti ricercatori e professori in esperienze accademiche formative e professionalizzanti), senza avere ottenuto alcun merito sportivo o importante risultato calcistico (ovvero senza aver mai scoperto o proposto nulla di rivoluzionario o ottenuto risultati scientifici rilevanti) e senza essere passato per quell’estenuante gavetta che ora viene letteralmente imposta a chi deve meritarsi un posto in nazionale dopo anni trascorsi ad allenarsi (ovvero senza avere per anni lavorato con umilianti contrattini di ricerca pur di meritare un posto adeguato in laboratori dove ti considerano un manovale più che uno scienziato, esperienze che ora sono una delle tante condizioni necessarie per sperare in una posizione accademica ufficiale), senza aver sopportato anni di fatica, stress e precariato, si ritrova con agiati e strapagati contratti a decidere chi mettere in campo o meno (ovvero, chi può o meno entrare nell’università italiana). E lo fa persino con stucchevole superbia.

Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti: la nazionale di calcio non parteciperà ai mondiali, l’università italiana brancola nel buio.

La combinazione di dirigenti e allenatori (ovvero ministri, commissari e ordinari) incompetenti, che hanno ottenuto molto ben più facilmente il posto che ricoprono rispetto a coloro che faticano a trovare uno spiraglio per giocare in nazionale (ovvero si distruggono di lavoro per ottenere un posto da ricercatore o associato), è la sola e unica causa del disastro sportivo e culturale o sociale, come l’ha definito Buffon, italiano.

Molti dei giocatori messi in campo contro la Svezia non erano, probabilmente, quelli che meritavano di giocare. Non è colpa loro. Hanno dato tutto, ma non erano all’altezza di quel posto. Chi li ha messi in formazione sembrava nemmeno sapesse come farlo (emblematica e apprezzabile, per quanto inutile, la disperazione di De Rossi nel fare comprendere a Ventura & co. l’ovvietà che, se si vuole vincere, meglio mettere in campo un attaccante come Insigne che un mediano come lui). Chi ha scelto colui che avrebbe dovuto selezionare e allenare i giocatori è solo un dilettante con amicizie importanti.

Così, molti dei ricercatori nei laboratori italiani non sono, probabilmente, quelli che hanno meritato di essere lì. D’altronde non è colpa loro. Hanno fatto di tutto per entrare, sebbene non erano degni di quel posto. Chi li ha scelti nei concorsi spesso non sembra sappia davvero come fare (lo testimonia il gran numero di ricorsi al TAR vinti da aspiranti ricercatori e professori, respinti in prima istanza dalle commissioni). Chi ha scelto coloro che avrebbero dovuto valutare e formare i giovani ricercatori è spesso un dilettante che ha ottenuto la sua poltrona universitaria grazie alle amicizie importanti.

Mentre Sebastian Giovinco (uno dei più geniali fantasisti italiani, un mix tra Totti e Del Piero) è stato costretto a lasciare l’Italia e continua a giocare all’estero per avere dignità sportiva e, nonostante sia il miglior marcatore nella storia della sua squadra e avrebbe fatto molto comodo a questa nazionale, non venga minimamente preso in considerazione per una convocazione in maglia azzurra, altri insulsi giocatori vengono convocati e messi in campo immeritatamente, perché nelle fila di club importanti o nelle grazie di qualche dirigente.

Così, centinaia se non migliaia di giovani eccellenti nel loro settore continuano a emigrare e a lavorare in università estere per avere dignità professionale e nonostante siano premiati, riconosciuti e affermati per i propri meriti accademici, non vengono assolutamente presi in considerazione dalle università italiane e sono surclassati nei concorsi perché altri, molto meno bravi, ottengono un lascia passare per un posto fisso come professori o ricercatori solo perché affiliati a università italiane potenti o amici di ordinari dai tanti tentacoli.

Ci dicano un po’ Ventura e Tavecchio cosa hanno fatto di tanto meritevole per essere strapagati allenatori e dirigenti della Nazionale rispetto ai tanti giocatori che lasciano a casa degnandoli del minimo interesse e che, giorno dopo giorno, si allenano duramente muovendosi di squadra in squadra, di paese in paese, sperando prima o poi di giocare per l’Italia?

Ci dicano un po’ i vecchi ordinari e gli attuali commissari quali erano i loro indicatori e titoli (che ora richiedono, in una corsa al rialzo, come condizione necessaria ma non sufficiente agli aspiranti ricercatori e professori) al tempo in cui hanno ottenuto le loro cattedre e quei posti che ora fanno sudare ai giovani solo perché loro, senza merito, ne hanno arraffati troppo?

Prestazioni, gol, presenze, assist, maglie blasonate e valore dei contratti vengono oggi richiesti a un calciatore per essere considerato un potenziale convocato in nazionale. Spesso non bastano. Chi di prestazioni, gol, presenze, assist, maglie blasonate e contratti ben pagati ne aveva ben pochi nel momento in cui ha ottenuto il suo incarico, nonostante questa vergognosa consapevolezza, fa di tutto per rendere la vita difficile ai giovani e davvero meritevoli calciatori.

Pubblicazioni, citazioni, indicatori, abilitazioni, collaborazioni prestigiose e progetti finanziati vengono oggi richiesti a un laureato per essere considerato un potenziale candidato per un posto universitario in Italia. Anche per questa categoria, tutto questo spesso non basta. Chi di pubblicazioni, citazioni, indicatori, abilitazioni, collaborazioni prestigiose e progetti finanziati ne aveva ben pochi quando si è seduto per la prima volta sulla sua cattedra, nonostante questa meschina coscienza, fa di tutto per rendere impossibile la carriera universitaria dei giovani e meritevoli. Basterebbe condurre una semplice ricerca: verificare quali indicatori, titoli e meriti avessero i baroni nell’anno in cui hanno ottenuto ciò che ora ai giovani chiedono di guadagnarsi con sangue e sudore. Allora sì che l’ingiustizia sarebbe evidente (ad esempio, molti tra gli attuali ordinari nemmeno hanno necessitato del dottorato per diventare ricercatori o professori, gli è bastato laurearsi e “affiliarsi” al giusto supervisore).

C’è solo una sostanziale differenza tra un calciatore italiano non convocato in nazionale e un giovane laureato non considerato dalle università italiane: i soldi che guadagna. Dettaglio non da poco, perché come cantava Carboni “i soldi non danno la felicità, immagina però come può stare chi non li ha”.

Insomma, alla fine Ventura e Tavecchio saranno ricordati come una delle pagine calcistiche più vergognose della storia italiana ma avranno a lungo da godere per quello che hanno guadagnato nel frattempo, Buffon & co. tornano a casa senza mondiali ma con i loro miliardari contratti, i giovani laureati, invece, continueranno a lottare da sottopagati per ottenere ciò che chi ora li giudica ha avuto molto ben più facilmente, senza passare per internati, contratti precari e “schiavismo accademico”.

E che non diano la colpa agli stranieri, nel calcio come nella ricerca. La colpa è nelle scelte, di chi le fa e come le fa. Se non s’investe nel presente e nel futuro dei giovani italiani, nello sport come nell’università, la responsabilità non è degli “altri” ma solo nostra. Anzi, degli incompetenti  che dovrebbe andare a casa e smetterla di dirigere immeritatamente qualcosa di cui non hanno conoscenza.

Mettetevi l’anima in pace aspiranti accademici. Questa estate invece di guardare i mondiali alla TV (tanto l’Italia non gioca), scrivete un’altra pubblicazione, inviate un altro curriculum, presentate l’ennesimo progetto che forse, tra quattro anni, vi convocheranno…

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.

Biologo ambientale ed evolutivo

Professore associato in Ecologia e Biodiversità,

Tomsk State University, Russia

 

Pubblicato su Villaggio Globale (vglobale.it) del 14/11/2017

2 pensieri su “Quello che la Nazionale di calcio ci insegna sullo stato dell’Università italiana

  1. Bravo Roberto.
    Bella fantasia.
    Il paragone regge benissimo.
    Disamina puntigliosa e precisa del sistema universitario “decadente” italiano.

  2. Concordo con Stefano, e aggiungo che lo sfacelo di ieri sera parte da lontano, perché da anni quasi tutte le squadre della serie A hanno la maggioranza dei giocatori stranieri. Da un po’ di tempo è così perfino nelle squadre Primavera, quindi non possiamo neanche dire “ripartiamo dai vivai”, perché vanno ricostruiti anche quelli. Di conseguenza, direi piuttosto “ripartiamo dalle leggi”, mettendo per iscritto l’obbligo di schierare almeno 6/11 di giocatori italiani in ogni partita. Non per razzismo ovviamente, ma perché mi sembra l’unico modo per tutelare gli interessi della nostra Nazionale. Sei d’accordo?

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