Navigare humanum est, perseverare autem dibolicum

Ciò che abbiamo scoperto e perso durante la storia della navigazione umana

 

Questa estate, con gli occhi rivolti all’insù, sotto un cielo pienissimo di stelle più o meno cadenti, offuscate qua e là dal crescente inquinamento luminoso dell’urbanizzazione incontrollata, mi sono interrogato su una domanda apparentemente proveniente da un quiz televisivo: cosa accomuna Cristoforo Colombo, Vasco da Gama, Hernán Cortés, Francisco Pizarro, un cacciatorpediniere, un tornado, Alfred Russell Wallace, Emily Dickinson, Paolo Nespoli, un migrante africano, una falena, un pipistrello e una balenottera?
In realtà, tutti questi elementi sono stati condizionati dalla loro storia umana, tecnologica o evolutiva a far fronte al bisogno impellente, necessario e vitale di navigare. Chi per ragioni economiche, chi per mera curiosità (esplorativa o scientifica), chi per strategie militari o per sfuggire a queste, chi per sopravvivenza, ad ogni modo tutti hanno cercato il modo di navigare attraverso l’acqua, l’aria, la terra per una necessità. Questo ci porta a pensare che spostarsi non è una caratteristica esclusivamente umana, ma rappresenta un passaggio evolutivo indispensabile per l’intera biosfera.

La storia della navigazione navale e della conquista di nuovi mondi ha lasciato all’umanità moderna una versione parziale delle reali ragioni e delle vicende che hanno portato alla scoperta di luoghi remoti e inesplorati. Insegnano a scuola, a menti assuefatte alla notizia (solitamente falsa) da social network e pertanto scevre da ogni capacità critica, che le esplorazioni del nostro (forse no, perché spagnolo di origini) Cristoforo Colombo «ci hanno permesso di scoprire l’America». Niente di più falso! L’America era già abitata da popolazioni umane migrate dall’Africa centrale migliaia di anni prima, popoli che lì vivevano perfettamente integrati all’ambiente naturale. Colombo, per errore e ignoranza, ha navigato sin fino a quelle coste lontane, portato dalle vele delle sue caravelle, scoprendo qualcosa che era già stata scoperta, ovvero inventando una scoperta. Tutto dipende dal punto di vista: chi ha scoperto cosa? Gli europei hanno scoperto che esistevano altre terre già abitate dall’uomo. Quello che in pochi, a scuola e durante la patriottica festa americana del «Columbus day», ricordano è che l’approdo del navigatore italo-spagnolo ha rappresentato l’inizio della fine per le popolazioni native americane (per buona pace dei «trumpisti» e del suo leader che si sentono nativi e nazionalisti in una terra dove tutti sono arrivati quasi per caso). La storia ha dimenticato le violenze, i soprusi, le malattie, la schiavitù, le repressioni compiuti ai danni di chi da molto prima dei «signori della regina» viveva in quelle terre libere dall’ottusità europea.
Stessa, identica, storia accomuna Da Gama, Cortés, Pizarro e tutti gli altri che tra il 1400 e il 1600 si sono spinti a est e a ovest (a sud era già accaduto in precedenza, per sfortuna degli indigeni africani e a nord il falso mito dei celti aveva già mietuto parecchie vittime) navigando oltre i confini dell’ignoto (ovvero di quello che gli europei sapevano) con buoni propositi, ma pessimi risultati: sterminio di Incas, Maya, Aztechi, indigeni indiani e indonesiani, aborigeni australiani, etc.
Come restituire alla storia (umana) ciò che è, peccaminosamente, parte della storia umana, quando a giustificare i genocidi c’è la necessità, il bisogno di navigare, di esplorare, di conoscere? La risposta non è banale. Ciò che conta è non dimenticare che dietro l’osannata conquista del mondo da parte della nostra specie c’è un fiume di sangue che continua, purtroppo, ancora a scorrere.
Sullo stesso leitmotiv oggi navigano, solcando i mari d’ogni parte del mondo, portaerei, cacciatorpediniere e incrociatori, squarciando i cieli con terrificanti rombi tornado, caccia, eurofighter. Il motivo ufficiale è nobile com’era quello degli esploratori d’un tempo, gli effetti invece sono devastanti sugli equilibri del mondo e sulle popolazioni indifese.

Messa così, però, mi si potrebbe accusare di cosmico pessimismo leopardiano, della serie: siamo il risultato di abusi e soprusi. È vero, ma esiste ancora, una parte dell’animo umano in grado di navigare senza uccidere, ferire, schiavizzare. È quella parte che per mezzo della navigazione scientifica tenta di fornire risposte alla curiosità pura e semplice. È quella parte che porta, all’età di 60 anni, l’astronauta Paolo Nespoli a tornare nello spazio per navigare oltre la Terra. È quella parte che spinge biologi come Wallace a navigare nelle più remote aree del pianeta, tra le foreste tropicali, le profondità abissali e le barriere coralline, non per conquistare o sopraffare, ma per capire e proteggere. È quella parte che stimola i poeti come la Dickinson a scrivere versi che nella storia delle conquiste umane contano molto più di quanto molti libri vogliono farci credere. Anche questo è un modo di navigare, ma in tal caso i risultati sono spesso ancor più affascinanti dei propositi.
Esiste poi un modo di navigare che sa più di fuga che di esplorazione, ma che spesso viene confuso per invasione. È quello dei migranti che fuggono dalla propria terra e dalla propria famiglia verso un ignoto che, per quanto oscuro, non potrà mai esser peggio (credono loro, mentre raccolgono i soldi di una vita per consegnarli, insieme alla loro di vita, nelle mani di uno scafista senza scrupoli) di ciò che lasciano. E, invece, a volte lo è.
Vuoi perché incontrano navi senza scopo di lucro che della beneficenza hanno fatto un motivo di lucro, vuoi perché finiscono circondati da razzismo e menefreghismo, vuoi perché se va bene lavorano come schiavi in campi agricoli, che nessuno di «quelli che odiano i migranti» coltiverebbe, e se va male tornano indietro nelle mani (o nei machete) di non si sa chi. Ad ogni modo, esseri umani navigano attraversando, su imbarcazioni improvvisate, il Mediterraneo (esattamente come facevano gli europei alla conquista del mondo) e spesso ricevono un’accoglienza che se tal sorte fosse capitata ai conquistadores, degli indigeni, ovvero degli europei in questa ribaltata storia, non ci sarebbe notizia alcuna nei giornali di bordo. Solo una breve nota: «molti indigeni dalla pelle chiara uccisi perché volevano respingere i nostri uomini». E invece siamo noi che, anacronisticamente, ci scandalizziamo di questo continuo navigare, di queste invasioni, rei dimentichi di ciò che noi siamo diventati conquistando territori altrui e depredando risorse altrui.
Ora voi mi chiederete, cosa possa accomunare a questo sfacelo con sprazzi di umanità gli ultimi tre elementi della mia lista: ovvero gli animali non umani. Beh, anch’essi, quali rappresentanti delle loro rispettive linee evolutive, hanno cercato il modo di navigare con la massima efficienza, seguendo la percezione chimica e la luce (nel caso della falena), sfruttando l’ecolocalizzazione (nel caso del pipistrello), percependo il magnetismo terrestre e sviluppando una memoria mastodontica (nel caso della balenottera). Essi non sono altro che alcuni esempi (ogni specie animale, vegetale, fungina e di microrganismi ha sviluppato il suo speciale modo di navigare) di come la natura si sia ingegnata per continuare a esistere. Questo continuo navigare, però, non ha portato all’eliminazione o all’estinzione di tutte le specie che non fossero quella dominante, come nel caso degli europei-caucasici nei confronti del resto dell’umanità, ha anzi aumentato incredibilmente il numero di specie, ovvero la biodiversità, del nostro pianeta.
Se, allora, la natura mira a sviluppare, proteggere, ottimizzare la diversità e l’uomo invece, da sempre, s’impegna a osteggiarla, sfruttarla, eliminarla, cosa è saltato nei meccanismi evolutivi durante la storia della navigazione della nostra specie?
Quest’estate, alzando gli occhi al cielo, ho trovato più domande che risposte. Ma il navigare nell’abisso profondo punteggiato di piccole luci naturali, intermittenti e remote, mi ha ricordato di quante meravigliose creature, disorientate dalle luci artificiali della nostra casa di campagna, finivano attratte a volteggiare su e giù per i muri, mentre da bambino le ammiravo così numerose e diverse. Ricordo mantidi religiose mostruose e affascinanti al tempo stesso, enormi falene saturnie, coleotteri corazzati come i cerambici delle querce e gli scarabei rinoceronte, libellule notturne, e i più svariati insetti che potessero stuzzicare le fantasie di un bambino, futuro biologo. Eppure, negli ultimi trent’anni di costante osservazione estiva di questi involontari navigatori, ho scoperto ciò che temevo da tempo: è rimasta solo la loro ombra su quei muri.

Un declino costante ha caratterizzato, pressoché trasversalmente, ogni specie che prima popolava le nostre campagne e i nostri boschi. Da qualche anno, ormai, né mantidi, né falene, né coleotteri vengono a fare involontaria visita, dopo aver perso la rotta, alle luci artificiali. Dove sono andati tutti? Mi verrebbe da chiedere. Non ci sono più. Temo sia la risposta. Eliminati, come gli indigeni di qualche secolo fa. Scomparsi a causa della deforestazione, degli incendi, dell’inquinamento da pesticidi, dell’agricoltura sempre meno naturale, della devastante cementificazione e sostituiti da… d’improvviso un rumore assordante, quest’estate, sulla mia testa immersa in questi pensieri.
Non un rumore nuovo. Accompagna, infatti, le mie estati (e quelle di molti altri cittadini) da molto tempo. Sono aerei militari che partono dall’aeroporto del 36° stormo di Gioia del Colle (BA), in un incessante volo radente e inquinante (non solo per il frastuono, ma anche per l’immane quantitativo di carburante scaricato sotto di loro) su boschi, campagne e case. Così, nel vaneggiare sotto le stelle, un’ultima domanda mi ha tenuto ancora sveglio: se la Comunità europea ha avviato misure di protezione come i Siti di interesse comunitario (Sic) e le Zone di protezione speciale (Zps), e per spostare anche solo una pietra in queste aree è necessario un lungo e giusto iter burocratico di valutazioni d’impatto ambientale e autorizzazioni, perché mai da questi luoghi (il territorio è tutelato dal Sic-Zps «Murgia Alta» IT9120007) scompaiono gli insetti e la natura selvaggia che popolavano le aree rurali e continuano, invece, a volare a bassa quota (e ad altrettanta bassa quiete), inquinando l’aria, la terra e il silenzio della meravigliosa campagna pugliese, aerei militari che giocano a fare la guerra? E questo accade qui, come in ogni dove, in Italia e nel mondo.
Queste domande, ahimè, mi riportano a quel pessimismo leopardiano di cui sopra e mi rammentano che quest’ermo «Colle» (di quella «Gioia» oramai sepolta sotto un castello normanno d’inestimabile valore e bellezza, ma indifferente ai più, quasi fosse scontato avercelo), davvero a me sempre caro, con la sua siepe e i suoi muretti a secco, i suoi orizzonti e i suoi interminati spazi, non ha più quei sovrumani silenzi e quella profondissima quiete per sedersi e mirare, come facevo un tempo. Ora, se nel pensier mi fingo (di aerei, guerre, inquinamento, morte dell’uomo e dell’ambiente), davvero il cor non si spaura.
Non si sente più il vento o le api stormir tra queste piante e io, a quell’infinito silenzio, questi rumori vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la natura che non è più viva, e il suon ch’era di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar non m’è più dolce in questo mare.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D. Biologo ambientale ed evolutivo,
Professore associato di biodiversità ed ecologia, Toms State University, Russia
Pubblicato su Villaggio Globale di Settembre 2017

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