Il vetro come barriera tra l’uomo e la natura

«L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé», cantava Giorgio Gaber. E non si può pensare di «avere gli altri dentro di sé» se non si esce dalla campana di vetro, da quell’acquario che credevamo di aver costruito intorno al mondo, ma che in realtà abbiamo edificato intorno a noi, sino a finirne imprigionati

Come un granello di sabbia che non sa di poter acquisire quella straordinaria trasparenza che permetterà di guardare attraverso le sue molecole, l’esistenza umana è spesso offuscata dall’incomprensione della propria natura più intima. Siamo spesso incoscienti della stessa materia di cui siamo fatti e delle proprietà che ne potrebbero emergere. Come vetro immaturo, come sabbia priva d’ardore, non cogliamo la grande opportunità di guardare al mondo con occhi nuovi. Rinnovati. Solidi amorfi senza memoria, non conosciamo la direzione e non vediamo alcuna meta.
Quando già al tempo dei Fenici e degli Egizi fu scoperto che la solidificazione dei un liquido a base di ossido di silicio senza cristallizzazione potesse dar vita a un materiale dotato di trasparenza, come solo l’acqua e l’aria sono capaci, si iniziò a credere che le proprietà emergenti della materia fossero ben più sofisticate di quanto una specie che si credeva divina potesse immaginare. La scoperta del vetro non è stata solo un avanzamento tecnologico delle prime civiltà, ma un grande cambiamento culturale. Il vetro permetteva di vedere senza esser parte interagente con ciò che si stava ammirando. Sono così nate le finestre per separare l’interno delle case permettendo, allo stesso tempo, di guardare verso l’esterno. Sono stati costruiti i sommergibili e gli scafandri dei palombari per scrutare il mare senza bagnarsi. Sono stati inventati gli aerei con gli oblò per guardare il cielo e la terra dall’alto. Abbiamo costruito enormi acquari, teche, vasche per poter ammirare in tutta sicurezza gli animali marini. Abbiamo innalzato vetrate per poter studiare o far osservare ai bambini gli animali di terre lontane. Infine, abbiamo prodotto gli schermi e i touch screen per poterci collegare con il mondo stando seduti sul divano.
Tutto questo grazie al vetro e alla sua inattesa trasparenza.
La possibilità di distaccarci dal contesto ed essere osservatori neutrali del mondo ha costituito un radicale mutamento di prospettiva nelle società umane e nella coscienza personale. Non più elementi integrati e interagenti col resto, ma osservatori oggettivi. Entità come singole parti fuori dal Tutto. Dominatori sopra i cieli e la terra. Dei, in altre parole.
Così l’uomo ha iniziato, nel corso dei secoli, a sfruttare le proprietà e la duttilità del vetro per innalzarsi a uno status metafisico oggettivo. Ad estraniarsi dal contesto della storia naturale e al credere di poter sviluppare una storia umana che non fosse dipendente dall’ambiente. Da questo mutamento del punto d’osservazione si è radicata nella specie umana la convinzione di poter vivere senza il resto del vivente. Di poterlo assoggettare al proprio volere. Di poterne fare uso e consumo a piacimento. L’uomo ha creduto di poter guardare il mondo, anzi l’universo (anche gli space-shuttle avevano oblò in vetro trasparente, oramai sostituito con più resistenti polimeri sintetici), con occhi scevri dall’appartenenza terrena. Con sguardo immortale e superiore.
Sino ai tempi moderni questa radicale evoluzione della cognizione oggettivante dell’essere ha costruito una mente non più interlacciata e assoggettata al volere naturale, ma intrisa dalla presunzione dell’unicità del libero arbitrio. Dono esclusivo della più antropomorfa delle scimmie. Attributo giustificante il sopruso nei confronti del resto della Natura. Si può essere liberi, sarà stato il pensiero della mente oggettiva in formazione, solo se si può guardare l’universo dall’esterno. Solo se un vetro trasparente può separarci da tutto il resto. E su questo si è fondata una cultura, una religione, un pensiero che ha giustificato la totale ricerca di distacco dal contatto con gli elementi naturali. La costruzione di città in condizioni climatiche estreme, di mezzi di locomozione in grado di affrontare qualunque situazione meteorologica, di sistemi di separazione che permettessero di guardare dall’al di qua.
Sono sorte intere branche scientifiche, nuovi approcci tecnologici. Si è creduto di poter comprendere il pensiero animale semplicemente osservandolo all’interno di una gabbia trasparente. Si è pensato di poter stabilire amicizie attraverso uno schermo trasparente. Si è immaginato di poter vivere senza far parte della vita. Senza appartenenza. Così come ha sostenuto il filosofo Umberto Galimberti, né Galileo, né Kant, né Heiddinger, né Hegel e quasi nessuna delle grandi menti che hanno portato contributi significativi allo sviluppo del pensiero umano hanno compreso che questa visione del mondo «oltre ad essere disumanizzata, era anche «denaturalizzata», perché non guardava più la natura come qualcosa di organico e semovente per sue interne leggi che il linguaggio rinascimentale chiamava natura naturans, ma solo come uno specchio proiettivo in grado di rinviare conferme a un indifferente sguardo matematico, perché solo ciò che è prodotto matematicamente è conoscibile, e solo ciò che è concepito meccanicamente è scientifico. In questo modo la tecnica, prima ancora dell’uomo, è già estranea alla natura […]».
Attraverso quel vetro trasparente, che si è poi fatto «specchio proiettivo» per la coscienza, non siamo più in grado di sentirci parte della Natura. Eppure questa sarebbe la chiava della salvezza della nostra specie. Della sopravvivenza di tutte le altre. Il senso di una vita. Il modo più semplice di essere felici. Come cantava Giorgio Gaber, «l’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé». E non si può pensare di «avere gli altri dentro di sé» se non si esce dalla campana di vetro, da quell’acquario che credevamo di aver costruito intorno al mondo, ma che in realtà abbiamo edificato intorno a noi, sino a finirne imprigionati.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D., Biologo ambientale ed evolutivo
Pubblicato su Villaggio Globale di dicembre 2014