L’ossessione moderna per la quantità a discapito della qualità

Nella scienza e nel resto del mondo

Il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce che non è possibile conoscere allo stesso tempo posizione e velocità (quantità di moto) di una particella elementare. Si deve scegliere se avere l’informazione dell’una o dell’altra. La qualità, come proprietà fisica, non permette la quantità.

Di questo erano ben consapevoli gli scienziati sino a un secolo fa, i quali seguendo il motto “publish or perish” (pubblica o muori) concentravano tutti i loro sforzi intellettuali in pochi, mirarti lavori dall’eccezionale qualità, rinunciando a pubblicare in quantità.

Recentemente, Joern Fischer, Euan G. Ritchie e Jan Hanspach, dell’University Lueneburg, in Germania e della Deakin University, in Australia hanno evidenziato ciò che in molti pensano da tempo, ma che in pochi hanno avuto il coraggio di dire ad alta voce in ambito scientifico: il sistema non funziona!

Nell’articolo dal titolo “Academia’s obsession with quantity” (L’ossessione del mondo accademico per la quantità) pubblicato sulla rivista Trends in Ecology and Evolution i ricercatori hanno scritto: «Viviamo nell’era delle classifiche. Le università vengono classificate, le riviste vengono classificate e i ricercatori vengono classificati. In questa epoca di classifiche, il valore dei ricercatori si misura in base al numero degli articoli pubblicati, delle citazioni che hanno ricevuto e del volume di sovvenzioni ricevute. L’università oggi è governata da una semplice regola: di più è meglio».

Sino a qualche decennio fa, un ricercatore che pubblicava dieci articoli in un anno veniva considerato altamente produttivo. Ora, ricercatori nell’ambito dell’ecologia ed dell’evoluzione pubblicano 20, 30 o, in alcuni casi, più di 40 articoli all’anno, con una tendenza verso ulteriori incrementi. Lo stesso avviene nella maggior parte degli altri ambiti di ricerca.

Come evidenziano i tre studiosi nel loro articolo: «Il tipo di lavori che gli ecologi producono è diverso anche rispetto a solo un o due decenni fa: i papers sono più brevi, le review sono sempre più quantitative e non qualitative, lo scopo delle pubblicazioni si è spostato dal locale al globale, gli articoli di modellistica matematica stanno sostituendo le ricerche sul campo e sempre più riviste si concentrano su analisi del tipo “nero contro bianco” perché non c’è alcuno spazio (anche mentale) per le discussioni sfumate.

Il mantra moderno della quantità – chiosano i ricercatori – sta richiedendo un tributo pesante ai due prerequisiti per creare conoscenza: creatività e riflessione».

La creatività trae notevole beneficio da un ambiente di collaborazione e in grado di stimolare un pensiero originale per proporre nuovi approcci, ma quando si lavora sotto pressione eccessiva la si ottunde.

Le più grandi scoperte scientifiche sono state realizzate da singoli ricercatori (o, al massimo dalla collaborazione di 2-3 studiosi) che avevano a disposizione un ambiente di lavoro sereno, libertà di pensiero e, soprattutto, nessuna pressione su quanto pubblicare. La loro principale preoccupazione era la qualità dell’opera.

Non a caso, Albert Einstein ha impiegato molti anni dalla prima illuminante idea sulla relatività ristretta alla famosa pubblicazione del 1905 e quasi una vita intera a scrivere l’ampliamento della teoria, denominato “relatività generale”.

Charles Robert Darwin, padre dell’evoluzionismo, sebbene sia stato un prolifico scrittore ha pubblicato solamente 3 libri degni di nota e per “L’origine delle specie” c’è voluto un trentennio di correzioni, ripensamenti, modifiche, dubbi prima che potesse andare in stampa.

Il grande logico matematico Kurt Godel ha pubblicato col contagocce, ma ogni suo articolo ha rivoluzionato (e in parte, distrutto) la matematica moderna.

Richard Phillips Feynman, il fisico che tutti conoscono, nei 50 anni di lezioni, corsi e ricerca ha pubblicato una trentina di articoli significativi, meno di uno all’anno. Eppure ha vinto il Nobel e ha rivoluzionato la fisica, in molti campi.

Lo stesso vale per Lynn Margulis, la microbiologa che ha proposto la teoria dell’endosimbiosi. Ha dovuto vedersi rifiutare da una ventina di riviste il suo rivoluzionario articolo, prima che venisse riconosciuta la sua genialità. Poi qualche libro insieme al figlio e molta riflessione. Lo scorso anno è morta nel silenzio generale.

Per ultimo, poiché la lista sarebbe infinita, Kary Mullis, il biochimico inventore (o scopritore, in questi casi la differenza è sottile) della PCR (la reazione a catena della polimerasi) che ha rivoluzionato la genetica e le tecniche per la clonazione del DNA, ama raccontare come ai tempi dei suoi studi a Berkeley mandò all’autorevole rivista inglese Nature un articolo fortemente speculativo e “scherzoso” nel quale sosteneva che metà della materia dell’universo andrebbe all’indietro nel tempo e l’articolo fu pubblicato. Un ventennio dopo propose alla stessa rivista un lavoro in cui documentava la tecnica della PCR, che gli avrebbe valso il Nobel (grazie alla pubblicazione su una rivista di ben minor blasone) e non fu accettato. «Quest’esperienza – ha scritto nella sua autobiografia – mi insegnò un paio di cose e mi fece crescere un bel po’». Tra il dottorato e la scoperta del DNA, Mullis ha fatto il panettiere, si è fatto di LSD, ha fondato un’azienda milionaria per clonare il DNA e a suo dire, è stato anche rapito dagli alieni.

Visioni a parte, lui come molti altri geni rivoluzionari della scienza con il suo pezzo da novanta (anzi da Nobel) ha scelto la qualità, rinunciando alla quantità. Questo oggi, per un ricercatore è un percorso rischioso, soprattutto se hai un contratto annuale e se non produci, non scrivi, non pubblichi la tua università non vince progetti, non ottiene fondi e rischi di cambiare spesso scrivania.

Molti articoli che hanno modificato radicalmente il modo di pensare in passato erano pieni di buone idee, ma erano speculativi e discorsivi. «Questi lavori sarebbero pubblicati oggi – si chiedono i ricercatori tedeschi e australiani – e, se lo fossero, chi li leggerebbe sino alla fine? È possibile realizzare e diffondere intuizioni profonde attraverso “twittereschi” assaggi simili a ricerca?».

Il problema è che l’ossessione per la quantità va al di là della stessa scienza. Il mantra che stimola a ignorare la qualità e dar valore alla quantità sta creando grossi problemi e squilibri alle interazioni umane, alle relazioni sociali, all’economia globale e agli ecosistemi mondiali. Professori e supervisori scientifici, ad esempio, sono sempre troppo impegnati per discutere a lungo le idee con i loro ricercatori. Questi ultimi lavorano lunghe ore, un presunto requisito per il successo, come se l’intuizione, la motivazione e la saggezza non possano derivare anche da una vita più equilibrata e più vicina alla famiglia. L’ambiente stressante del mondo accademico porta molti giovani di talento a scegliere lavori al di fuori dell’università e può portare al burnout dei baroni.

Il mondo moderno ha scelto la via della quantità, sostenuto dapprima dagli economisti e ora anche dagli scienziati ambientali, dai biologi e dagli ecologi.

Tutto questo ha ripercussioni serie nei più disparati ambiti. Si pensi all’alimentazione, ad esempio. Milioni di animali sofferenti e stressati, ammassati in enormi allevamenti intensivi per produrre una quantità eccessiva di proteine e grassi che, paradossalmente, riduce le risorse disponibili a tutti. Per garantirla, si inquinano le falde, si produce metano (pericoloso gas climalterante, molto più della CO2), si inzeppano gli animali di antibiotici e li si costringe a un’esistenza crudele e indegna.

Tutto questo per produrre di più, per mangiare di più.

I difensori dell’alimentazione da fast food sostengono che un modo che producesse solo cibo di qualità, biologico, senza sfruttamento degli animali e sano al 100% sarebbe impossibile, perché la superficie terrestre non sarebbe sufficiente alle coltivazioni.

Così come per la scienza, questa idea è viziata dall’imperativo quantitativo. Basterebbe mangiare meno e meglio (evitando l’eccessivo consumo di proteine animali in favore di alimenti vegetali privi di pesticidi e diserbanti sintetici) e le aree coltivabili sarebbero sufficienti a sfamare l’intera popolazione mondiale, con cibo di qualità che non distrugge l’ambiente e non sfrutta gli animali.

Molte famiglie, di questi tempi faticano ad arrivare a fine mese. I soldi non bastano più. Spesso, però, anche l’economia domestica è manipolata dal credo macroeconomico comune secondo il quale bisogna comprare di più per essere più ricchi. Bisogna svilupparsi per vivere meglio.

La crescita è l’obiettivo. Solo la quantità conta. Nulla di più assurdo. L’ossessione per la quantità (più cibo, più soldi, più ore di lavoro, più PIL, etc.) e la sovrappopolazione mondiale sono la sole, vere, ignorate, nascoste, mistificate cause della distruzione delle foreste, dell’estinzione delle specie, dell’overfishing, dei mutamenti climatici, della perdita di posti di lavoro, dell’aumento di malattie della modernità (come il cancro e il tumore), della disgregazione famigliare e sociale, dell’incremento del tasso di suicidi, della criminalità, dell’abuso di sostanze stupefacenti e, in extrema ratio, della decadenza che la nostra società sta sperimentando ora, come non mai.

Insieme ai leader politici e spirituali, anche i leader accademici hanno la responsabilità di aiutare la società a compiere un passo verso un futuro migliore, per comprendere meglio il mondo e utilizzare questa conoscenza per vivere una vita migliore. Tuttavia, come può accadere tutto questo, se la corsa al successo professionale degli accademici rispecchia solo i mali della società in generale?

C’è bisogno di una scienza migliore per un uomo migliore. Per una vita più degna. C’è bisogno di grandi idee e della libertà di cui esse necessitano. Di spazi in cui pensare, condividere, confrontarsi. Di ambienti di lavoro dove non rischi di sederti sul pavimento, perché ti hanno sfilato la sediam ogni volta che ti fermi a riflettere. Di contratti che non ti obblighino a preoccuparti a metà anno di cosa farai quello successivo, se non te lo rinnovano. Ma su tutto, c’è bisogno che la scienza, e nessun’altra meglio dell’ecologia, ristabilisca il valore reale delle cose e faccia capire al mondo che “di più non vuol dire meglio”. Che se scegliamo di osservare la qualità, dobbiamo ignorare la quantità. È il principio di indeterminazione. È la strada verso un futuro in cui tutti possano dire “la vita è bella”.

 

Roberto Cazzolla Gatti

Biologo ambientale ed evolutivo

Pubblicato su Villaggio Globale di dicembre 2013