Natura 2.0: etica ed estetica della gestione ambientale

Quante volte vi sarà capitato di entrare in una “riserva naturale” a due passi dalla città e riflettere sull’importanza della “natura” nella nostra vita e su quanto la diamo per scontata? Mai come in questo periodo post-pandemia ci siamo accorti del valore dell’aria aperta, degli alberi, del camminare, dell’uscire nel mondo. Eppure, apparirà strano a tanti, ma tutto questo con la Natura (quella con la N maiuscola) non ha nulla a che fare e proverò a spiegare qui il perché. Non me ne vogliano gli amanti della passeggiata domenicale a Parco Sempione o a Villa Borghese, non se la prendano i mountainbikers della corsa nel bosco del sabato, gli ambientalisti col fucile come amano autodefinirsi e nemmeno gli escursionisti più convinti di percorrere il nuovo cammino francescano, di Santiago o di qualunque altro santo che abbia passeggiato su questa Terra. E se ne facciano persino una ragione i birdwatchers nei loro capanni d’osservazione e gli entomofili con i loro retini.

Questa non è la Natura… è la Natura 2.0!

Siamo ormai così abituati a questa versione beta di Natura, per usare un termine informatico, che abbiamo dimenticato quale sia la versione alfa. Quella vera. Quella originale. Soprattutto in Europa, infatti, secoli di lotta, controllo e gestione contro la Natura 1.0 da parte dell’uomo hanno talmente modificato e alterato la biodiversità e gli equilibri ecologici della maggior parte delle aree terrestri e costiere da renderle un triste surrogato di quello che un tempo era, ma ora non è più.

Al di là di qualche sparuto bosco qua e là, salvatosi nel tempo perché presente in zone montuose e inaccessibili, delle foreste mature ad alto fusto che ricoprivano il Vecchio Continente resta ormai ben poco. Quanto sono tristi quei boschetti con gli alberelli sottili che sventolano come bandieruole, marcati di vernice rossa che ne sancisce la “gestibile sopravvivenza”. Deprimenti quelle file di pioppi, di pini o di qualunque altra specie ripiantata in nome del principio “riforestare è la soluzione”, che poi si taglino foreste secolari per far soldi (pochi) e danni (molti) non importa. Mostruose quelle coste cementate dove le onde del mare s’infrangono sui marciapiedi. Povere quelle zone agricole dove riquadri di monocolture, sempre più vaste, si estendono a perdifiato.

Per accorgersene basta guardare giù dal finestrino di un aereo che vola a bassa quota. Quel che resta della Natura 1.0 è quasi nulla. Tra un centro urbano e le coltivazioni che lo circondano s’intravede qualche pineta qua e là, pochi alberi ad alto fusto isolati, una spiaggia con i lidi costruiti a pochi metri dalla battigia e, persino sulle montagne, la vegetazione appare modificata (ovvero tagliuzzata a piacimento di chi, di volta in volta, stabilisce cosa è giusto secondo le leggi dell’uomo e non quelle naturali) così pesantemente da diventare tutto, molto velocemente, Natura 2.0.

Eppure, scrittori come Goethe, Hemingway e Stendhal che affrontavano quello che un tempo era definito il Grand Tour, ovvero un viaggio nel cuore dell’Europa e soprattutto dell’Italia alla scoperta delle bellezze che avevano da offrire, tra un resoconto e una descrizione delle meraviglie di città come Venezia, Firenze e Roma raccontano di quanto spesso gli capitasse di attraversare fitte selve o spiagge isolate per spostarsi da un centro urbano all’altro e di quanti fossero gli avvistamenti di grossi animali, come lupi, cervi, cinghiali, orsi, uccelli rapaci e molti altri durante il loro cammino. Questo accadeva solo qualche secolo, e non millenni o ere geologiche, fa. Non mi riferisco, infatti, al mondo senza l’uomo (sarebbe troppo naif), ma a un pianeta che ancora non conosceva il significato di “gestione”, poiché non c’era nulla da gestire, essendo la Natura 1.0 benissimo in grado di fare da sé. A un mondo in cui la mano umana era ancora poco pesante, ma che a breve avrebbe iniziato una lotta senza pari contro quella stessa Natura 1.0 che, tra produzione di materiali usa e getta, sovrasfruttamento incontrollato delle risorse naturali, crescita indiscriminata della popolazione, abbattimento selettivo delle specie più grandi, artificializzazione delle aree naturali e industrializzazione, si sarebbe trasformata nella versione 2.0 che oggi tutti conosciamo. E che per molti è l’unica Natura esistente.

Michel De Montaigne, anche lui artefice di un viaggio tra la Natura di un’Italia ancora per poco 1.0, scriveva: “Non c’è niente di inutile in natura; neppure la stessa inutilità; niente s’è intromesso in questo universo che non abbia posto adatto”. Ma si sbagliava, qualcosa si è intromessa sul nostro pianeta e l’ha alterato a tal punto da renderlo irriconoscibile, persino in grado di spazzar via quell’intruso con un sol colpo di coda. Quel qualcosa è la nostra specie, frutto dell’evoluzione prima, illusasi di poter giocare a esser Natura stessa (nelle vesti di un dio) poi, matricida infine.

So cosa starete pensando: ecco il solito eco-chic, catastrofista, allarmista, pessimista, anti-specista, anti-umanista… Ma non è così. Credo che l’uomo sia una parte fondamentale dell’evoluzione del nostro pianeta e può rappresentare la speranza di diffusione della vita nell’universo (come ho spiegato in un recente studio: Cazzolla Gatti, R. 2018. Is Gaia alive? The future of a symbiotic planet. Futures, 104, 91-99). Penso, però, che ormai molti esseri umani si siano fatti un’idea di Natura basata sulla Natura 2.0, che oltre ad essere profondamente scorretta è anche molto pericolosa per quel che resta della Natura 1.0.

Mi spiego meglio: la sensazione che proviamo visitando il parco di una maestosa reggia, ricca di fiori colorati, aiuole simmetriche, alberi dai grandi tronchi e prati ben tagliati non è molto diversa, ed è anzi spesso ben più piacevole, di quella che abbiamo passeggiando in quello che noi chiamiamo bosco, tra rovi, spine, insetti, fango, etc. Preferiamo di gran lunga camminare su una pedana in legno, costruita per garantire la sicurezza dei visitatori dell’oasi protetta sino a raggiungere un capanno dove osservare qualche uccello acquatico che è sfuggito ai fucili limitrofi, piuttosto che attraversare steppe e paludi, camminare lungo sassose coste lacustri o sui massi scivolosi di un ruscello. Alla nostra specie piace la comodità, fa di tutto per aumentare la propria sicurezza ed è, fondamentalmente, pigra. Così un’area “naturale” ben gestita è molto più interessante di una “non gestita”. E poi, ciò che più conta è poter fare qualche buon autoscatto (ma se preferite, “selfie”) da mettere sui social network, registrare quanti chilometri di bella strada battuta si sono percorsi (che di solito non superano l’ora di distanza dalla propria auto) e, su tutto, fermarsi all’area pic-nic per mangiare e bere… in Natura. Questa è l’idea prevalente di Natura che ormai si è insinuata e ha messo radici nella mente degli abitanti dei nostri paesi sviluppati e, sfortunatamente, l’unica idea nella mente della maggior parte dei giovani nati dopo il 2000  dove la Natura 2.0 era preinstallata tra le applicazioni dello smartphone e “ammirabile” in realtà virtuale.

Di certo non si può dare la colpa ai giovani di questo errore, che si potrebbe definire epistemologico (in quanto dovuto alla mancata conoscenza dei metodi delle scienze naturali), nell’approcciarsi alla Natura. Il tutto è iniziato molto prima di loro, già all’epoca delle prime comunità umane di agricoltori. D’altronde, così andremmo troppo indietro nel tempo e, siccome all’epoca la popolazione della nostra specie era di qualche centinaia di migliaia d’individui, quel minimo di “gestione” non disturbava gli equilibri naturali più di tanto.

È con la rivoluzione industriale e lo sviluppo esponenziale della popolazione umana che il concetto di Natura 2.0 ha iniziato a prender piede. C’era bisogno di più spazio, di più risorse, di più controllo, di maggior sicurezza. E così, via i leoni, a morte i lupi, i bisonti nei recinti, le foreste nei bracieri, i pesci nelle reti. Scriveva Emily Dickinson in uno dei suo meravigliosi sonetti: “Natura è tutto ciò che noi vediamo: il colle, il pomeriggio, lo scoiattolo, l’eclissi, il calabrone. O meglio, la natura è il paradiso. Natura è tutto ciò che noi udiamo: il passero, il mare, il tuono, il grillo. O meglio, la natura è armonia. Natura è tutto quello che sappiamo senza avere la capacità di dirlo, tanto impotente è la nostra sapienza a confronto della sua semplicità”. Tutto vero. Ma la Natura alla quale Emily Dickinson si riferiva è la stessa natura a cui noi ci riferiremmo oggi? Durante la storia dell’uomo, infatti, ad un certo punto l’idea di Natura 1.0 si è trasformata in quella 2.0. Così persino principi e principesse, re e regine, zar e zarine, mentre davano mandato di tagliare le foreste e sterminare i grandi predatori, hanno cercato di riprodurre una versione gestita e ammaestrata di Natura 2.0 a due passi dalle loro residenze reali, così da poterne godere senza difficoltà. Sono nati magnifici parchi, splendidi giardini, zoo e acquari, meravigliose regge mentre la plebe, i servi della gleba e i contadini continuavano a lottare contro “l’aspra Natura 1.0”, feroce, selvaggia, “dai denti e dagli artigli rossi (di sangue)” come la definiva il poeta inglese Alfred Tennyson.

Ciò che, come una goccia che lentamente scava la roccia, si andava instillando nella mente umana era l’idea di controllo e gestione della Natura sino a renderla un surrogato meno pericoloso, meno caotico, più a misura d’uomo. Una Natura 2.0, appunto. Tant’è che oggi apprezziamo la bellezza di questa Natura controllata e gestita e dandole persino un valore economico.

Resto sempre più stupito dal sentire persone che affermano di aver fatto una passeggiata in “Natura” dopo aver camminato una mezzoretta in una pineta fuori città o entusiasti “naturofili” che raccontano a tutti di quel giorno in cui una volpe attraversò la loro strada e un riccio quasi finiva schiacciato dalla loro auto. Ho fotografato una farfalla! – sobbalziamo al primo svolazzare – Hai visto quella lucertola così verde? – chiediamo a chi passeggia con noi – Però in campagna preferisco avere i gatti perché tengono tutto “pulito” – ammettiamo con incomprensibile ingenuità.

Siamo oramai circondati da intellettuali eco-chic che ripetono come mantra la necessità di un mondo più sostenibile, di un ritorno alla Natura, di un ripristino della centralità del paesaggio. Perché conta riscoprire la bellezza, spiegano eco-entusiati architetti, ingegneri, filosofi, cantanti e persino chef, ormai. Ma non è vero!

Se vogliamo salvare quel poco che resta della Natura 1.0 non possiamo limitarci a tutelare la bellezza, dobbiamo preservare la selvaticità! “La natura ha migliaia di colori, e noi ci siamo messi in testa di ridurne la scala solo ad una ventina”, scriveva Hermann Hesse. Il nostro concetto estetico di Natura 2.0, semplice, ordinata, profumata, colorata, sicura non può continuare a essere la linea guida per stabilire le priorità di conservazione della restante esigua porzione di Natura 1.0.

Guardiamo il mondo naturale con occhi ormai abituati ad apprezzare solo quello che ci illudiamo possa essere davvero la Natura. Non sto dicendo che un fiore o una farfalla nel giardino di casa non debbano essere definiti elementi naturali. Questi però sono solo elementi mentre ciò che viene a mancare è l’insieme, la Natura, appunto. Quando “selvicolturiamo” un bosco, quando sbarriamo un fiume, quando cementiamo una costa non stiamo soltanto riducendo il numero degli elementi naturali – aspetto che notiamo con difficoltà perché è un fenomeno spesso graduale e qualitativo prima che quantitativo – ma stiamo anche interrompendo le interconnessioni fondamentali di quel sistema complesso che è la Natura 1.0 e semplificando, riducendo, limitando, controllando la stiamo portando alla versione 2.0. La fotografa e critica americana Nancy Newhall, abituata a guardare il mondo con uno sguardo diverso, ammetteva: “La natura selvaggia contiene delle risposte a domande che l’uomo non ha imparato a porre” e non lo ha fatto perché ha preferito eliminare piuttosto che comprendere la componente selvatica, quella più rara e fragile, della diversità biologica. E continua a farlo sopprimendo qualunque minoranza culturale, religiosa, etnica, indigena, sessuale persino tra i componenti della propria specie. In una sorta d’inarrestabile nazismo biologico, nonostante tutte le ferite e le prese di coscienza, spesso ipocrite, che spingono la nostra specie a protestare – ad esempio – contro le violenze nei confronti degli afroamericani nel Nuovo Mondo e, allo stesso tempo, a cambiare canale quando al TG vengono mostrati i migranti che affogano nel Mediterraneo (come se non fosse la stessa sopraffazione coloniale la causa di entrambi i fenomeni), ci sentiamo autorizzati a uniformare i sistemi naturali, a ridurne la complessità, a limitarne la caoticità semplicemente eliminando ciò che non ci sta bene. Un vero e proprio abuso bioetico che avviene nell’indifferenza generale. Persino i programmi televisivi più ambientalisti e le riviste più naturalistiche ci invitano a riscoprire la Natura dietro l’angolo di casa, nel nostro giardino, nel parco urbano. Non è solo di questa Natura 2.0 che abbiamo bisogno, per quanto possa apparirci bella e regolamentata. “L’uomo – diceva Claude Lévi-Strauss – deve rendersi conto che occupa nel creato uno spazio infinitamente piccolo e che nessuna delle sue invenzioni estetiche può competere con un minerale, un insetto o un fiore. Un uccello, uno scarabeo o una farfalla meritano la stessa fervida attenzione che dedichiamo a un quadro di Tiziano o del Tintoretto, ma noi abbiamo dimenticato come guardare”.

Purtroppo, oltre ad aver dimenticato come guardare abbiamo anche eliminato molto di ciò che avremmo dovuto ammirare, perché è molto pericoloso perdere la Natura 1.0, quella selvaggia, spesso caotica, non sempre profumata, colorata e pulita che però tiene in vita la biosfera unica di questo nostro pianeta e senza la quale avremo sempre meno speranze di una sopravvivenza piacevole sulla Terra, e sostituirla con la Natura 2.0. È bello, rassicurante e poco impegnativo guardare la farfalla che si posa sui nostri fiori in giardino, l’ape che impollina le piante nell’orto o la cincia che mangia i semi dalla casetta in legno nel parco, ma se perderemo per sempre il lupo a caccia di cervi tra le montagne, il tucano che vola sulla canopea di una foresta pluviale o la tigre che attraversa le paludi fangose, anche quella farfalla, quell’ape e quella cincia non avranno alcuna possibilità di risollevare la Natura 1.0 dal tragico declassamento, più che aggiornamento, che la porterà ad essere tutta un’inutile Natura 2.0.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.

Biologo ambientale ed evolutivo

Professore Associato, Biological Institute Tomsk State University, Russia

Research Fellow, Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition, Austria

*Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sul n°2 anno VI di luglio/settembre 2020 della rivista InNatura